20.10.06

Sei facce e tre cuori

DOPO QUATTRO ANNI che entro dentro il Virgin Megastore di San Francisco, salgo al secondo piano e con passo affrettato arrivo d'appresso alla scaffalatura dei Dvd tratti da serie televisive per fermarmi incantato davanti a Shogun, il mitico sceneggiato Tv in dieci puntate con Richard Chamberlain (Uccelli di Rovo e prim'ancora Dottor Kildare), tratto da uno dei romanzi di James Clavell, adesso tutto è cambiato.

Amo con passione Clavell, quasi quanto amo Gary Jennings. Che volete farci, sono un romanticone nato a cavallo di un mondo in trasformazione, tra analogico (in cui era la quarta di copertina a fare il mistero di un libro) e digitale (in cui una giratina su Wikipedia ti sommerge di strane informazioni altrimenti sconosciute e ti aiuta a rimettere ordine nelle bibliografie), come una rivoluzione inarrestabile e imprevista.

Mentre Jennings è stato un amore che inizia molto lontano – avrò avuto al massimo 13-14 anni quando misi le mani sul primo volume che ho letto, l'Azteco –, Clavell tutto sommato è arrivato dopo, nel pieno dei miei vent'anni, ma con altrettanta e devastante forza. Medio Oriente, poi Estremo Oriente, Hong Kong, Shanghai, il Giappone dei samurai. C'è tanta delle mie luci e dei miei colori nelle tavolozze di questi due scrittori.

Quindi, il desiderio di vedere Shogun, che trasmisero senza neanche tanto successo dalle nostre parti è stato forte per più di un decennio. Negli Stati Uniti ha segnato l'inizio di un'epoca e la riscoperta di una cultura, quella tradizionale giapponese, che se non altro ha segnato la comparsa del sushi e del sashimi nella dieta dei manager di Wall Street e del bushido - l'etica dei samurai – nelle pratiche di business di tanti uomini d'affari un po' cocainomani ma di sicuro determinati.

E' una storia e un intreccio culturale che ha un sapore particolare per noialtri nati in Italia a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, perché il nostro gusto è costruito sull'etica e l'estetica degli anime e dei manga, anche se allora non sapevamo ancora che si chiamassero così. La nostra scoperta, quantitativamente forse più limitata per giro d'orizzonte culturale rispetto ai nostri padri, è avvenuta però con un ritmo speciale: prima imprinting di questi alieni con gli occhi a mandorla, poi curiosità e crescendo voglia di saperne di più, che si sono accompagnate alla nascita di un mondo in cui le informazioni iniziavano timidamente a fluire da un posto all'altro. Siamo cambiati, la nostra immagine del Giappone è cambiata e forse, come i bambini che crescono in un mondo che si restringe, non siamo mai stati in grado sinora di valutare sino in fondo quanto riguardasse solo i nostri casi personali e quanto invece fosse un evento collettivo.

Ecco dunque il mio shogun, frutto proibito che immaginavo sepolto, quelle poche volte negli anni che si è affacciato alla mia coscienza, nelle teche senza fondo della Rai, come Nausicaa di Hayao Miyazaki. Ma mentre Miyazaki è riuscito ad emergere parzialmente grazie al suo crescente successo (no, non Nausicaa, l'anime mitologico sepolto ad infinitum chissà dove nelle teche e tra i papiri degli avvocati e delle norme sul diritto di replica), Shogun era tramontato, come era tramontata l'epoca pionieristica in cui lo sceneggiato tivù si era fatto miniserie e poi telefilm con un arco narrativo teso e costante. Ma di shogun, il mercato dell'aftermarket televisivo nostrano non ne voleva sapere niente.

Ecco dunque il mio cruccio, l'assillo entrando nel Virgin Megastore di Market Street a San Francisco nel rivedermelo lì, sullo scaffale, eternamente separato da una codifica (area uno, Ntsc) avversa alla nostra (area due, Pal), che a meno di trucchi rischiosi nella trasformazione di un lettore Dvd risultava impossibile da raggiungere.

Poi, un mattino di una decina di giorni fa, l'illuminazione. Due pensieri separati per quasi un lustro si sono improvvisamente incontrati tra le orbite della mia mente. Dvd e P2P. Cioè, me lo sono scaricato. 12 gigabyte di roba, per essere precisi. E fanculo al copyright, me lo sto guardando. Chi siete per dirmi chi devo essere, cosa posso e cosa non posso sapere? E soprattutto, chi siete per dirmi cosa posso guardare e cosa no?

Insomma, l'ho trovato, l'ho scaricato e me lo gusto. Per la lunga coda di Anderson sono uno dei pochi che avrebbero potuto popolare una nicchia: è un'occasione persa per chi poteva vendermelo (magari a un prezzo accettabile) e invece non ha avuto l'intelligenza per accorgersene. E io affogo tra le sete della casa del pilota, Hangin-san, come lui, vinto dalla passione di un sogno che si dispiega sotto i miei occhi, della guerra, dell'amore impossibile, dell'esotico. E un solitario pensiero, una voce lontana ma chiara si leva nella mia mente. Censuro cosa dica, ma l'idea è quella. Mi avete capito, no?

1 commento:

Smeerch ha detto...

No.