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28.12.17

I commenti a Star Wars Episodio VIII: Gli ultimi Jedi (2017)

SOLITO DIBATTITO NEI commenti qua e là in rete. È uscito Star Wars Episodio VIII "Gli ultimi Jedi" e pubblico e critica sono divisi. Piace/non piace. A me è piaciuto, l'ho scritto anche qui.
Dopodiché, entra in scena il dibattito: c'è chi dice che il film è piaciuto, quindi è bello, perché ha avuto buoni incassi, e chi dice che l'ha visto due volte ma non gli è piaciuto, quindi l'equivalenza bellezza=incassi non regge. C'è chi dice che un film è brutto a prescindere dagli incassi, vedi Avatar e Titanic. E c'è chi dice che quelli citati sono film "semplici", ma non brutti.

Prendo dal Post, che ha uno dei pubblici di commentatori più collaborativi ed educati tra i siti di informazione italiana, i commenti che seguono in cui il dibattito si riscalda e cerca di andare in profondità:

Visualizzazioni non corrisponde a bellezza del film

Appunto stiamo parlando di apprezzamento del pubblico, non di bellezza. Se il pubblico lo apprezza il botteghino ne code

Comincia a serpeggiare un dubbio che ha traversato due secoli di riflessione sull'estetica: cos'è un bel film o un brutto film? Il giudizio affidato a siti come Rotten Tomatoes e Metacritic, oppure alle stelline di IMDB, sono rappresentativi? E se sì, di cosa?

Alcuni fanno osservazioni più articolate:

I valori di Rotten tomatoes o metacritic non sono la bibbia, né per i valori degli utenti né della critica. Come OGNI classifica i valori riflettono le caratteristiche dei votanti.

In particolare gli utenti votanti sono per la maggior parte degli "uomo fumetto" o fan entusiasti o delusi che votano un film una tantum, mentre la critica sono per la maggior parte giornalisti u.s.a.

E ancora:

Vabbè ma un aggregatore critico dice cosa ne pensano i critici. Se i critici scrivono castronerie, non ci può fare niente. Così come un sondaggio fatto dalla Gallup per misurare il gradimento degli Ultimi Jedi non ti dirà se è un buon film, ma solo se è piaciuto al pubblico (IMDB ecc. non sono affidabili nemmeno in questo).

Il problema di RT come aggregatore critico è un altro: che trasforma le recensioni in un giudizio binario (positivo o negativo) sul film. In questo modo sono favoriti film 'carini' di cui nessuno ha motivo per parlare male (metti: Wonder Woman) e non film polarizzanti con recensioni entusiaste e un certo numero di stroncature (metti: Madre! )

Il commento è ficcante, soprattutto nella seconda parte. Cominciano a uscire delle osservazioni ancora più sensate, che mettono in dubbio ad esempio l'idea stessa del voto come voce della verità:

Questo prevede che le persone che danno il loro giudizio su Rotten Tomatoes siano rappresentative del pubblico generale.    

All'opposto dello spettro c'è la visione complottista: non tanto per l'osservazione generalmente condivisibile, quanto per la parentetica finale. È la visione secondo la quale, alla fine, è tutto un magna magna

Con quello che spendono in marketing le case di produzione, come può un film di cassetta non piacere alla critica?
(ma quale critica?)

Il dubbio (o certezza) che la critica sia "pagata" è uno dei leit motiv dei commenti anche in ambienti più "moderati" e riflessivi come IlPost.

Un altro aspetto fortemente criticato nei commenti è quello della coerenza interna della scienza di Star Wars (che peraltro è un film esplicitamente non "scientifico", tanto da essere stato paragonato a un film western o fantasy ad ambientazione futuristica). Il problema ovviamente non è relativo alla scienza "vera", ma a quella che si dispiega nelle due trilogie precedenti. Ovvero:

non si giudicano in base ala plausibilità assoluta, ma alla coerenza all'interno della saga, qui evidentemente lacunosa

Il punto critico è il suicidio con il quale viene sconfitta la gigantesca corazzata del Primo Ordine: accelerazione a velocità luce senza salto nell'iperspazio della nave della Ribellione sparata verso il nemico: un attacco kamikaze in piena regola. Scena spettacolare ma che solleva un dubbio: se l'effetto è così detonante e mortale, perché non è mai stato usato prima? Il dubbio diventa una tempesta religiosa, che porta alla luce contraddizioni legate a piani di lettura diversi.

Anche se il dibattito può essere portato avanti anche in altri modi:

Questo film fa schifo e basta, fan o non fan. I critici che l'hanno apprezzato o sono scemi o prezzolati. Un film di oltre due ore in cui non succede assolutamente NIENTE.

Quoto tutto! Io non sono un fan della saga ma mi piace andare al cinema a vederli, ho preferito di gran lunga "Rogue One". La prima ora di questo film è tutta commedia Disney, va bene le battute, ma così è troppo.

Per concludere, però, vale ricordare che si può trovare qualsiasi sintesi di senso e di gusto:

Io la saga di Star Wars la inserirei nella categoria "fantasy santascientifico". Già solo per questo mi sembra abbastanza inutile stare lì a dibattere su cosa o come funzionano le cose (già con le bombe che cadono verso l'incrociatore o Leia che tende la mano e rientra nell'astronave si poteva lasciare la sala sennò). Comunque film che mi è piaciuto tanto, non uno ma dieci passi avanti rispetto ad episodio 7.

23.3.17

Ghost in the Shell (trailer #2 - 2017)

GHOST IN THE Shell è una specie di capolavoro nipponico del cyberpunk. Ci sono almeno due generazioni (se non tre) del manga e degli anime di Shirow Masamune (è uno pseudonimo non invertibile). Adesso arriva il film con Scarelett Johansson. Signore, fai che non sia una tavanata.

Qui il secondo trailer. L’uscita del film è prevista nelle sale americane il 31 marzo 2017 e il Italia il 30 marzo

26.1.17

Mary Tyler Moore (1936-2017)

PURTROPPO È MORTA Mary Tyler Moore, donna e attrice speciale. Ha incarnato un nuovo modo di essere donna e, a molti della mia generazione, ha contribuito a creare il mito del giornalismo moderno come professione seria, importante, di servizio per la società. L'obituary del NYTimes

Money quote: “The influence of Ms. Moore’s Mary Richards can be seen in the performances of almost all the great female sitcom stars who followed her, from Jennifer Aniston to Debra Messing to Tina Fey, who has said that she developed her acclaimed sitcom “30 Rock” and her character, the harried television writer Liz Lemon, by watching episodes of “The Mary Tyler Moore Show.” Many nonactresses also said that Ms. Moore — by playing a working single woman with such compassion and brio — inspired their performances in real life.”


29.12.16

Rogue One è un bel film (parlando poi di Carrie Fisher)

ALLORA, RICAPITOLIAMO: È morta un giorno dopo la figlia Carrie Fisher anche sua madre Debbie Reynolds: le ultime parole secondo il fratello sarebbero state “Mi manca Carrie, voglio stare con lei”. Ancora due vittime illustri del 2016, l’anno che sta colpendo duramente il mondo delle stelle (soprattutto la musica).

La morte di Carrie Fisher, oltre a essere un lutto per una donna e una attrice e professionista che ha fatto molte cose diverse e ha avuto una vita alquanto travagliata, apre dei quesiti importanti per quanto riguarda la saga di Guerre Stellari, che dopo l’acquisto della LucasFilm da parte della Walt Disney sta andando a compimento in maniera spettacolare (ieri sera ho visto Rogue One, è un filmone!).



Allora, siamo arrivati agli ultimi due capitoli dell’ultima trilogia della saga: uno previsto in uscita a dicembre 2017 e uno per il 2019 (probabilmente sempre a dicembre). Per Star Wars: Episode 8 hanno già terminato di girare tutte le scene con gli attori in carne e ossa, tra le quali quelle con Carrie Fisher, e siamo alla post-produzione (gli effetti speciali). Rimane da capire cosa faranno per l’altro, Star Wars: Episode 9, le cui riprese dovrebbero cominciare negli studi Pinewood di Londra il prossimo aprile.

Ci saranno molte risposte, ci sarà Mark Hamill (Luke Skywalker), ci sarà spazio in abbondanza per Rey (interpretato da Daisy Ridley) e il film sarà girato a quanto pare su pellicola Imax 65mm (sarebbe la versione con audio in alta definizione della pellicola 70mm: gli episodi 7, 8 e Rogue One sono stati girati in 35mmm) con addirittura una scena girata veramente nello spazio. Sono le cose che si dicono ma insomma, questa sarebbe l’idea: chiudere con il botto anche perché la responsabilità di chi gestisce il finale di una saga come quella di Guerre Stellari è cosa da far tremare le vene nei polsi.

Rimane, come dicevo, il dubbio di cosa fare con Leia Organa: morta l’attrice che la interpreta e che dovrebbe fare varie scene rimangono alternative piuttosto inquietanti. Ridimensionare il suo ruolo, farlo interpretare da un attore che poi viene “simulato” al computer, farlo interpretare da una sosia. Chissà quale scelta verrà fatta dai produttori del film. L’immagine della principessa Leia è iconica per la saga di Guerre Stellari. E opzioni ce ne sono: il ritorno di Grand Moff Tarkin, interpretato da Peter Cushing (morto nel 1994) e ricreato con il computer, è un esempio. Potrebbe essere quella la strada.

Intanto, ho trovato questo da leggere per conoscere le cose più interessanti da leggere e vedere su Carrie Fisher, che vanno ben oltre la saga di Guerre Stellari


14.7.16

Non mi troverete mai

DUNQUE, GRETA GARBO è stata una delle più grandi attrici del periodo più bello di Hollywood, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Svedese poi naturalizzata americana, è considerata tra le più belle donne di sempre ed è famosa non solo per l’ovale straordinario del suo volto ma anche per la recitazione in “Grand Hotel” e altri film che segnano l’epoca del bianco e nero senza e con il sonoro. È anche famosa per essere stata una delle attrici più riservate e antidivistiche di sempre, pronta a ritirarsi a 36 anni e scomparire dalla vita pubblica.

Per questo il suo monumento, la “Statue of Integrity” creata dall’artista islandense Jón Leifsson e voluta dal museo fotografico Fotografiska di Stoccolma (la città natale della Garbo) per accompagnare la mostra “The Image of Garbo”, ha una destinazione finale molto, molto particolare. La statua meno visibile della storia, praticamente.

Money Quote: “So it seems only natural and logical that Fotografiska would honor her integrity and well-known avoidance of people by placing this memorial statue far from crowds and fans, and place it instead in a secret part of the dense forest in the province of Härjedalen, surrounded by nothing by trees and birds who don’t ask her for her autograph.”


5.7.16

How film is made (1958)

UN DOCUMENTARIO DEL 1958, "How Film Is Made", realizzato per Kodak racconta come si faceva a produrre la pellicola fotografica. In olandese sottotitolato in inglese, ma è abbastanza breve e interessante. Lo ha ripescato I Still Shoot Film e lo potete vedere anche qui sotto



Michael Cimino (1939 - 2016)

È MORTO MICHAEL Cimino, uno dei registi più particolari e discussi del dopoguerra. Ha fatto pochissimi film, due dei quali ho amato molto e che mi hanno molto segnato ("Il cacciatore" e "L'anno del Dragone"), ha fallito in maniera spettacolare e imperdonabile, è scomparso dalla scena pubblica per 25 anni trasformando il suo aspetto in una maniera tale che ha fatto pensare a molti che stesse cambiando addirittura sesso. Tutta la sua vita, per quel che c'è da raccontare, è splendidamente cristallizzata nell'ambra di questa intervista per Vanity Fair del 2010, che segnò la sua uscita dall'isolamento.

Money quote: "The failure of the movie was blamed for the collapse of United Artists, the once venerable studio eventually folded into Metro Goldwyn Mayer. Taking his revenge, United Artists executive Steven Bach wrote an entire book devoted to the topic, Final Cut: Art, Money, and Ego in the Making ofHeaven’s Gate,the Film That Sank United Artists. The title just about sums it up. Cimino, not surprisingly, calls the book a “work of fiction” by a “degenerate who never even came on the set.” (Bach says that he “was on the set a few times"

Michael Cimino's Final Cut | Vanity Fair

21.6.16

La tipografia di Blade Runner

LA PASSIONE PER IL design editoriale, i caratteri e cose del genere è veramente un’ossessione, in alcuni casi. Ma quando l’analisi è ben condotta può essere rivelatoria e aprire mondi inediti. Come nel caso di Typeset in the Future, che fa analisi straordinarie dei film di fantascienza “classici” con la lente del tipografo. In questo caso, Blade Runner. Imperdibile, se non conoscete il genere, ma un po’ lunghetto.

Money quote: “If you’d like to explore Deckard’s apartment in more detail, I highly recommend Quentin Lengelé’s Blade Runner 9732, which is an ambitious project to build a realistic 3D recreation of the apartment for exploration with VR systems such as Oculus.”

 

25.5.16

Il nuovo James Bond sarà Tom Hiddleston?

CIAO CIAO DANIEL Craig. L’attuale James Bond in carica non ne può più (con Spectre un po’ di si vedeva) e saluta un pacco di soldi ma non farà più film tratti dai romanzi di Ian Fleming. I bookmaker scommettono su Tom Hiddleston come suo successore (il fratello cattivo di Thor, per intendersi) che a me piacerebbe molto.

Moeny Quote: Craig is the highest-paid actor to play the role, netting a reported total of £38million for the four films he has appeared in

17.5.16

Ehi, you talkin’ to me?

C’È UN RUOLO tutto hollywoodiano, direi tutto americano, che insegue i nuovi grandi talenti del cinema: quella parte che Robert De Niro interpretò per Martin Scorsese a 33 anni, all’epoca un giovane attore in bolletta, disperato, alienato, bruciato dalla rabbia e dalla sofferenza di una carriera che non esisteva, non era mai esistita.  
 
Quel ruolo è la parte di Travis Bickle, reduce del Vietnam diventato tassista a New York e pronto a esplodere in maniera spettacolare, autentica bomba a mano umana che si innesca per la durata del film sino alla sua esplosione finale.  
 
Taxi Driver è un sogno di film per qualsiasi attore e quella parte, quella parte dello psicopatico puro, è l’Amleto dei nostri tempi modernamente nevrotici. Una parte che Leonardo DiCaprio, Christian Bale, Ryan Gosling e Sam Rockwell hanno tutti provato senza esserci però riusciti.

3.5.16

Victor Frankenstein (2016)

GHIOTTA PROPOSTA MA solo parzialmente realizzata. L'idea di raccontare in chiave nemmeno troppo steam punk la storia di Mary Shelley, questa volta dalla prospettiva di Igor, solletica. 

Sembra che apra anche a una ipotetica serializzazione, ma in realtà viene in mente a tratti Venerdì 12 di Rat Man/Leo Ortolani. E capirete che con queste immagini in testa la poesia magica di Hollywood un po' si perde... 

Non male quindi, ma neanche bene: una via di mezzo. Il film si regge (ma solo fino a un certo punto) sulla coppia di protagonisti. Tra i due però non vi sbagliate: è il gobbo che è notevole.

2.5.16

Southside With You (2016)

IL KARMA DI quell’uomo è incredibile. Non solo è diventato un giovanissimo presidente degli Stati Uniti venendo su praticamente dal niente, non solo a inizio mandato ha vinto un premio Nobel per la pace praticamente sulla fiducia, non solo è lui il presidente che ha chiuso i conti con Osama Bin Laden, ma prima ancora che finisca tutto in bellezza e si ritiri a fare il saggio ex presidente, Barack Obama (e Michelle Obama) hanno anche il loro primo film biografico.

“Southside With You” racconta la storia di quell’estate del 1989 in cui Obama portò la sua futura moglie Michelle a un epico primo appuntamento in cui praticamente girarono per tutto il South Side di Chicago. È come la Firenze di notte del Ciclone di Pieraccioni, solo che questo è Barack Obama.

Ok, provo a ridirvelo: è come se facessero un film sulla storia che raccontate sempre alle cene con i vostri amici su come andò quella volta che vi siete messi con la vostra dolce metà. Tutti che ridono e un po’ anche piangono e pensano a quanto siete fighi. Ecco, questo è “Southside With You”, e pare che sia pure un bel film!

21.4.16

Our Brand is Crisis (2015)

NOTEVOLE. POTEVA ESSERE una stupidaggine, una americanata e in parte i requisiti ci sono, però grazie al cielo fanno parte "meta" della trama stessa. Invece, Sandra Bullock ha il dono di essere sorprendente e così pure Joaquim de Almeida e Billy Bon Thornton. La campagna elettorale sudamericana gestita dai consiglieri americani diventa un fatto personale, coinvolgente, la Bolivia è una metafora per un approccio morbido, indiretto ma velenoso alla politica del FMI, e degli Usa. Intrattiene, commuove, informa. Vale il tempo della proiezione.


18.4.16

Steve Jobs (2015)

ALLA FINE, DEVO dire, un filmone. La storia di un uomo e dell'amore per sua figlia. Tre momenti che definiscono (più o meno) una vita.

Non so di quanto Steve Jobs sia fuori misura (abbastanza, direi, ma non tantissimo) per quanto riguarda la veridicità storica, però è un bel film. Una sorta di "gaiden", di reboot della storia di Steve Jobs, con qualche simpatica accelerata (il Newton non mi piace perché ha uno stilo, il tuo walkman non lo posso vedere perché siamo uomini civili e non selvaggi) e questo rapporto folle e quasi freudiano con Sculley e la cosa strana del papà naturale ristoratore che non lo sa ma il figlio va sempre a cena nel suo ristorante.

La storia insomma è ricca ma parallela, alternativa. Tocca, ma non è la verità.

A queste condizioni, è un gran film.

15.4.16

Hardcore! Henry (2016)

UN GIORNO UN sudafricano e un russo entrano in un bar con una Go Pro e… Sembra l’inizio di una barzelletta (un po’ strana) ma è in realtà il backoffice di Hardcore! Henry, vero cinema per decerebrati, ma quelli proprio irrecuperabili. E se non lo sono, dopo aver visto il film lo saranno. Garantito. Non si dorme bene e non è per la paura: è come farsi due ore di intro di uno sparatutto in prima persona (stesso livello di trama demenziale e sincopata) ma non giochi mai tu. Esci bollito. Poteva andare peggio, intendiamoci. Poteva essere anche 3D.

Il film gioca sulle citazioni, su effetti d'impatto, sulla capacità di dissimulare in un contesto reale scenografie tipiche di un videogioco. La trama però se la sono dimenticata al supermercato, legata assieme al cane. Se questo film deve essere la maturazione dello storytelling dei videogame, il "salto di specie" del Dna videoludico, allora molto meglio i film di Angelina Jolie che zompa a destra e sinistra come Lara Croft.

C’è da dire che sicuramente Hardcore! Henry è una festa per gli occhi, e penso ci siano delle muscolarità negli effetti speciali usati (e negli stunt praticati dai russi) che per gli addetti ai lavori possono essere anche significative. Invece, da un punto di vista dell’impianto cinematografico, il fatto che il film sia in soggettiva per tutto il tempo poteva lasciar immaginare soluzioni innovative o ardite. Dopotutto, con gli effetti speciali i piani-sequenza sono diventati molto gustosi e ci si possono aspettare delle sorprese. Il vincolo della soggettiva poteva aprire a movimenti inediti, coraggiosi. Invece, niente. Nada. Nichts. La fantasia desolante di un pastore alcolizzato addormentato in mezzo a cinquecento pecore in cima a una montagna. Lo stupore della mucca che guarda passare il treno.

Nel film, al di là delle citazioni dai videogiochi (soprattutto nella presenza di armi, mani e piedi in campo nelle scene cinematiche, il segno dell’ok o il no-no muovendo il cranio visto che il protagonista è muto), mancano completamente idee ed invenzioni. Anche la corsa sul ponte, la discesa rapida dal palazzo, lo sfondamento del furgone con il sidecar et similia sembrano stunt presi di peso dai cameracar e dalle foto dei russi maniaci, a partire da quelli che si arrampicano sui grattacieli e antenne televisive per farsi un selfie in quota.

L’idea di fondo è che l’estetica delle GoPro (non so se sia effettivamente stata utilizzato questo strumento di ripresa ed è anche abbastanza irrilevante), sommata a quella degli sparatutto in soggettiva (e per sparare il nostro Henry spara di bestia e picchia pure come un fabbro, da bravo cyborg incazzato) e infine la filosofia della Russia violenta degli oligarchi e di Putin, ebbene l'idea di fondo è che queste tre sommate siano in un continuum che ti fa venire voglia non andare mai più a visitare l'Ermitage di San Pietroburgo finché campi. Meglio farsi un giro con la Nikon al collo e le braghette corte nelle favelas di San Paolo o radersi il cranio da suprematista bianco (con la zazzera a forma di svastica) e poi entrare nelle shantytown di Joburg urlando "il pollo fritto mi fa schifo". Ma tutta la vita. Almeno, fino a che non ambientano una boiata come questa anche là, stile Call of Duty Modern Warfare. Che quello come videogioco per essere figo è figo, ma da qui a farci un film oltrettutto con la stessa estetica e pratica del gioco ce ne corre...

27.3.16

Batman v Superman (2016)

HO VISTO BATMAN v Superman. L'ho visto nel posto giusto: in un Imax di San Francisco, praticamente il giorno dopo che è uscito, e l'ho visto pure in 3D. Questo per dire che ho fatto l'esperienza "completa", esattamente come è stata immaginata per il pubblico, non una versione ridotta. Vi dico subito: valeva i 18 dollari del biglietto, ma non molto di più.

Batman v Superman: Dawn of Justice è diretto da Zach Snyder, è uscito al cinema il 23 marzo. Batman alias Bruce Wayne è interpretato da Ben Affleck, Superman alias Clark Kent da Henry Cavill e Wonder Woman alias Diana Prince dall’attrice e modella israeliana Gal Gadot. Infine, Lois Lane è interpretata da Amy Adams. A me il film è piaciuto, ma non moltissimo. Diciamo che lo rivedrei, ma che non è il film che salverei dal diluvio universale.

È un film spettacolare a livelli epici, molto dark (anche se non dark come i Batman di Christopher Nolan, ma insomma), con qualche sfilacciatura nella trama, e buoni attori. È un film strategico però, perché posiziona la DC Comics sulla via seguita da anni da Marvel: un universo guidato da un filone principale e che si moltiplica attraverso i suoi singoli personaggi. Così, mentre l'universo Marvel ha prodotto Avengers, Thor, Iron Man e via dicendo (comprese le serie televisive), adesso DC si lancia con Superman (già dal 2013), Batman, in prospettiva Wonder Woman, Flash e Aquaman. E poi la Lega della Giustizia.

Rispetto a Marvel, che ha tirato fuori dal cilindro anche uno spassoso Ant Man (per dire quanto stia ravanando nei vari franchising pubblicati dal dopoguerra), il mondo della DC è più cupo, esistenzialista. I supereroi hanno super-problemi e soprattutto fanno fatica, le loro azioni hanno conseguenze, il mondo (cioè New York) li guarda. Vivono nelle città gemelle di Metropolis/Gotham, due città affacciate sulla stessa baia ma in realtà la stessa città di giorno e di notte (vale a dire le due anime di New York).

Non a caso è stato scelto Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller (che compie adesso 30 anni) come chiave di interpretazione sia di un Batman di mezza età sempre più paranoico che del contesto complessivo della storia che contrappone i due super-eroi. Batman v Superman arriva come punto di ri-partenza dopo trent'anni di film "solitari" riavviati più volte (quanti Superman abbiamo visto!).

La critica non sta apprezzando il film, che invece pare proprio piaccia al pubblico. A me non è dispiaciuto, come dicevo. Ci sono scelte piacevoli, momenti intensi, attori notevoli (ho tralasciato Lawrence Fishburn che fa il direttore del Daily Planet, e Jeremy Irons ottimo Alfred di Batman, ma sono senza macchia alcuna) e nel complesso il tutto è godibile. Wonder Woman sottolineo che è notevole ed è già pronto il suo film per l'anno prossimo, il primo dell'eroina 75enne della DC, mente Lois Lane è molto intensa, interpretata da una attrice che mi piace molto e che trovo particolarmente adatta al ruolo, soprattutto in questa sua seconda prova.

Li ritroveremo tutti nella Lega dei Giustizia, la versione originale degli Avengers. Marvel sta spostando i toni dei suoi film (il prossimo X-Men Apocalisse ne è il segno più chiaro) anche per reagire a questa nouvelle vague della DC.

Andarlo a vedere? Andate, vale la pena, soprattutto se per voi il cinema è relax e disimpegno, senza tanta analisi psicanalitica del sottostante gigante americano. È un fumetto, interpretato da persone reali con tanti effetti speciali. E gli è venuto bene.

28.1.16

The Shannara Chronicles (Season 1 Ep.1-5)

SIAMO ARRIVATI AL quinto episodio di questa serie che ha luci ed ombre. Le luci: un fantasy per di più basato su una delle serie più popolari di sempre, i cicli di Shannara creati dallo scrittore americano Terry Brooks (io pensavo fosse una donna, poi ho scoperto che in realtà si chiama “Terence”: pensa te!) e anche ben prodotto.

The Shannara Chronicles offre infatti ambientazioni notevoli: il presupposto è un mondo fantasy post-apocalisse nucleare (o altro) che si basa sulla post-posizione delle categorie alle quali siamo abituati: elfi, gnomi, nani e demoni arrivano dopo, e sono sostanzialmente mutazioni, e non prima del nostro tempo. Interessante.

La storia di questo mondo è ampia e tutt’altro che scontata, anzi ricca di sfumature. Quasi impossibile rendicontarla qui. Però, siccome è un fantasy che nasce dopo che il mondo ha conosciuto Tolkien, c’è una componente che lega anche Shannara come una foglia al grande albero dei romanzi in cui al centro c’è una “cerca”, una “quest”, con una compagnia più o meno bene assortita e bendisposta che si incammina per realizzare gli obiettivi di questa “cerca”. E la cosa non è affatto un male.

Gli scenografi hanno avuto soldi a disposizione: non tantissimi ma comunque hanno fatto un buon lavoro sposando Nuova Zelanda con strutture e panorami. Gli interni sono un po’ più deboli, ma la presenza di effetti speciali digitali a buon mercato ma di qualità decisamente alta hanno consentito di fare proprio un buon lavoro. Si capisce raramente e solo a tratti che in realtà i soldi sono relativamente molto pochi e che gli attori recitano sempre nei soliti tre o quattro posti.


Invece gli attori sono la forza e il problema. La forza perché parte del casting è stato super-azzeccato: soprattutto il re degli elfi e alcuni dei personaggi di quel mondo sono davvero notevoli. I comprimari tendono ad essere un po’ sfumati. Il druido è sorprendente (un bestione non tatuato ma “cicatrizzato” e piuttosto post-apocalittico) secondo me ci sta. I tre protagonisti invece… Le due ragazze sono ovviamente belle, sia la principessa che la ladra, ma lo sono in maniera da dramma “teen”. E la stessa cosa per il protagonista, faccia smunta ma fisico statuario ben nascosto che emerge nei momento di spogliarello (bagno, avventure di letto). Il punto principale è che siamo entrati in area drammone di genere adolescenziale: più che i demoni sono gli ormoni il vero punto dei nostri eroi.

Siamo vicini vicini a Beverly Hills 90210, a Dawson’s Creek, a The O.C., per focalizzarci anche su Buffy l’ammazzavampiri, Roswell, Smallville. Alcuni sono capolavori, altri tavanate pazzesche. Nel complesso, abbastanza discutibili come impostazione per la fruibilità della storia se avete superato i 17 anni.


In realtà, la mia sensazione è che The Shannara Chronicles sia più che altro un mix furbetto tra due cicli di film, Hunger Games e Divergent da un lato con Game of Thrones dall’altro.


Del secondo elemento prende il desiderio di “mordere” lo spettatore e un po’ di politica (la quinta puntata da questo punto di vista è abbastanza sorprendente, anche per come la trama si impenna alla Game of Thrones) e dei primi prende gli ormoni e le limonate dure ma sostanzialmente caste (a differenza dei primi episodi della prima stagione del già citato Game of Thrones, dove si faceva sesso senza ragione. Cioè, ragioni per fare sesso ce ne sono in realtà di sufficienti nell’atto stesso, ovviamente, ma nella fiction la tradizione vuole che ci sia un motivo quando succede qualcosa, e in quella serie si trombava tanto e a gratis, dal punto di vista della trama.


Il vero peccato mortale, considerando la struttura delle storie, è il loro essere vecchie: nell’epoca di Netflix i cliffhanger non hanno più senso. La serie tv settimanale, in cui l’eroe era appeso alla scogliera per la punta della dita, prossimo a una fine drammatica, aveva bisogno di questo meccanismo retorico per spingere lo spettatore a sintonizzarsi anche la settimana dopo sul canale e vedere come si risolveva la cosa. E si risolveva come una bolla di sapone che scoppia: in trenta secondi l’eroe si salva sempre e poi si parla di tutt’altro, perché ogni episodio deve essere in realtà autoconclusivo e l’arco della storia con il segno più marcato è quello della singola puntata, mentre la stagione è segnata con un filo sottile, praticamente un lapis quasi invisibile.


Netflix e comunque un consumo delle serie televisive basato sul download istantaneo di tutta una stagione ha completamente cambiato questo approccio. La serie televisiva è diventata più simile a uno sceneggiato, fatto di una decina di puntate in media (sono le sitcom come The Big Bang Theory ad avere 25–30 puntate di venti minuti effettivi a stagione), e per questa ragione non ha più senso il cliffhanger. Per questo non finiscono con un cliffhanger le puntate di House of cards oppure di Sense8 (quest’ultima non mi è piaciuta) e prevale invece la logica del capitolo di un libro o del volume di una saga.


Su questa base strutturale ecco che pare chiaro che The Shannara Chronicles parte già vecchio. Sorprenderà la sua storia, la caratterizzazione dei personaggi, lo sviluppo degli ambienti, certe soluzioni stilistiche, ma l’impianto è segnato da questa impostazione decisamente datata. Peccato. E peccato anche che il trattamento sia - almeno per ora - così tristemente adolescenziale.

24.1.16

Palermo Shooting (2008)

LA MORTE VIVE e ama la fotografia. Ed ha anche opinioni sul rapporto tra analogico e digitale, “un invito aperto a ogni manipolazione”.

Nel 2008 è uscito Palermo Shooting, film di Wim Wenders che mescola tedesco e inglese con un goccio di italiano. Vederlo in lingua originale permette di seguirlo (la seconda parte, ambientata a Palermo, è tutta in inglese) ma per certo qualcosa si perde se non si conosce il tedesco.
È un film singolare, minore a dir poco. È la storia di Finn, fotografo di successo tedesco che cerca di ridare un senso alla propria vita, perché si sente perduto.

Interpretato da un discutibile Campino (una sorta di rock star punk tedesca, originariamente si chiamava Andreas Frege, ed è il leader dei Die Toten Hosen) e da una Giovanna Mezzogiorno sottotono, il film ha un effetto irreale. Sembra un film amatorial, con una regia pulita ma non convincente, con una storia in qualche modo avvitata su se stessa. Finn sogna, e i suoi sogni avvengono perché si addormenta un po’ da tutte le parti (soprattutto per la strada) neanche fosse narcolettico. Insegue la morte dopo che questa ha inseguito lui, ma in realtà tutto avviene per caso e in modo svincolato dalla sua vita “vuota”.

C’è Dennis Hopper (interpreta la Morte) in una delle sue ultime apparizioni. Il viso è quello di un vecchio. E poi ci sono i camei di un po’ di amici di Wenders: Milla Jovovich, Peter Lindbergh, Lou Reed, Letizia Battaglia (che parla serenamente in italiano).

Non è un brutto film, anzi. La migliore chiave di lettura forse è che si tratta di un grande omaggio alla fotografia e ai fotografi. E poi Campino vaga per Palermo con una delle macchine più sexy della storia recente della pellicola: una Makina 67 della tedesca Plaubel (realizzata in Giappone). Una macchina medio formato a telemetro che scatta immagini sei per sette e che fa venire voglia di prenderla subito: c’è un relativo culto feticistico per questo apparecchio non eccezionalmente costoso e molto particolare (addirittura è solo la Morte a chiamare la macchina con il suo nome). Ma questa è un’altra storia.

Vale la pena vedere il film? Alla fine sì, aì, anche se non è il capolavoro di Wenders.

21.11.15

2015-15

ALTRO INTERCONTINENTALE, QUESTA volta per andare a Dallas, e altro giro di film e telefilm. In realtà quelli più ostici sono proprio i telefilm: tanti e luuunghi da vedere. Oltre ai film in attesa, infatti, c'è anche un buon quantitativo di serie a metà, e non certo perché sono ancora in corso...
  • Dracula Reborn (2015)
    Una produzione forse europea, recitata con i piedi e coordinata da un regista a corto di capacità (Attila Luca). La qualità del prodotto è veramente scarsa. Ci sono lampi, ma quelli ci sono anche su Instagram. La protagonista, Tina Balthazar, fa impressione ma non in senso buono. E Dracula, beh, è da dimenticare. A tratti pensi sia un porno (ma poi le scene di sesso pesante non arrivano), a tratti sembra proprio una presa in giro. Non lo guardate.
  • Arthur & Merlin (2015)
    Volevano fare un film low budget su Re Artù, Merlino e la nascita dell’Inghilterra. Non ci sono riusciti. Il regista-autore è Marco van Belle, che ha scelto per il ruolo di Artù una specie di sosia giovane di Rocco Siffredi. Merlino è interpretato invece da Stefan Butler, che è palesemente inadatto alla funzione. Arrivi in fondo e vorresti riavere indietro quell’ora e mezzo della tua vita che hai perso guardandolo.
  • Pixels (2015)
    L’idea, a pensarci bene, non era malvagia. Un po’ di gusto per gli anni Ottanta, un viaggio nella storia dei videgames, un morso alla cultura di una volta. E poi Adam Sandler non è un attore banale, anche se interpreta una chiave umoristica che più che demenziale è spesso distruttiva. Questa volta la barra era fin troppo bassa, però. Gli effetti sono notevoli, la storia è completamente assente. Viene da chiedersi come mai sia possibile mettere assieme un film del genere spendendo milioni di dollari e lavorandoci un anno e mezzo senza che a nessuno venga il dubbio che forse è una cavolata. Poi capisci che il pubblico di riferimento non può ancora guidare il motorino e ti metti il cuore in pace. Il problema sei tu, non loro.
  • True Detective (Stagione 02)
    Un piccolo capolavoro. Ancora più cattivo della prima serie. La premessa è nota: ogni anno il telefilm cambia completamente il cast e la storia. Sono “investigazioni” che si concludono alla fine della stagione. Il primo anno, ambientato nel sud degli Stati Uniti, True Detective aveva generato una certa sensazione anche per via dell’alchimia dei suoi due protagonisti. Quest’anno, cast ampliato, potenza di fuoco al massimo e una storia molto più “dark”. Non vado oltre perché è molto facile svelarne i contenuti, invece gli otto episodi di un’ora l’uno meritano di essere centellinati nelle sere fredde dell’anno. Bella davvero, la dimostrazione che si possono raccontare storie dure senza cadere nella retorica. Piuttosto, a volergli trovare un difetto, si bordeggia la noia: la parte centrale (terza, quarta puntata) rallenta sensibilmente. Ma poi riparte e c’è da divertirsi.
  • Unforgiven (1992)
    Uno dei primi film a regia di Clint Eastwood, un western d’annata da rivedere ogni tanto. Ci fa capire perché Morgan Freeman è considerato un bravo attore (perché all’epoca ancora lo era) e perché Gene Hackman fa venire i brividi, oltre ad avere una delle più belle battute di sempre (“Anche io credevo di essere morto. Poi ho scoperto che ero in Nebraska”). I tempi sono giusti, lo sviluppo della storia è da manuale di sceneggiatura, il casting potente, i comprimari fantastici (Richard Harris nella parte di English Bob, ovviamente, ma che dire del vice-sceriffo con un braccio solo?) e la fotografia sontuosa ed intimistica al tempo stesso. C’è una votazione strettamente americana al modo di raccontare la storia che condivide parte delle sue premesse con il cinema western di Sergio Leone ma poi sfocia nella sintesi della vecchia scuola hollywoddiana. E poi c’è il calore del vecchio west, quando la vita normale dopo un duello diventava leggenda. Una storia di una puttana sfregiata una notte in un bordello in cui il grigio, l’ombra a metà fra la luce del giorno e il buio della notte regna sovrana, almeno fino a quando Clint Eastwood non viene tirato nel mezzo.
  • Tomorrowland (2015)
    A me è piaciuto. Sa di esposizione universale del dopoguerra, di positivismo, della ricerca di un mondo migliore costruito attorno alla tecnologia. Che di per sé non è capace di fare tutto, ma se si ha lo spirito dei pionieri, la loro innocenza e la loro volontà innata - se si è naturalmente speciali, insomma - il nostro manifesto destino viene fuori. Film divertente, effetti piacevoli e cast rodato. Adatto alle famiglie, anche se la storia corre su un esile filo ambientalista, in cui si può fare la cosa giusta senza rimettere in discussione il nostro stile di vita e modello di consumo. È solo una questione di attitudine. Boh… George Clooney secondo me è un buon attore, plastico, si adatta bene alle storie.

14.10.15

2015-10

NUOVO GIRO DI film, complice anche un intercontinentale per Las Vegas che mi ha permesso di rimettermi in pista con una parte degli arretrati. Ma ne mancano ancora tanti e altri ancora sono alle porte...
 I Fantastici Quattro (2015)
Ecco, questo non è un bel film. È costruito in maniera totalmente fredda, arriva lentissimo al dunque, e soprattutto elabora dei drammi esistenziali per dare spessore ai personaggi che sono talmente meccanici, neanche li avessero fatti con cardani e pulegge. È pure andato male al botteghino. Peccato, però, perché dicono che comunque faranno lo stesso un sequel. E anche dei cross over con gli Avengers. Mannaggia.
Aloha (2015)
Non sono popolare nel dirlo, ma secondo me è un bel film: ben costruito e soprattutto ben interpretato. C’è anche una bella luce, ma dopotutto siamo alle Hawaii. Per me c’è una storia che valere la pena ascoltare e ci sono dei personaggi azzeccati e ben realizzati dagli attori: sono più umani di quello che non ci si potrebbe aspettare. I meriti di Cameron Crowe sono questi: andare oltre la banalità della narrazione hollywodiana senza abbandonarne le forme e far lavorare bene gli attori. Però l’hanno impallinato: il film è andato male al botteghino e non è neanche piaciuto alla critica. Quindi non voletemene, forse è davvero solo un film da domenica pomeriggio sul divano. Secondo me, però, no.
A Cup of Life (2015) 
Il titolo originale “迷宮カフェ meikyu cafe”, tradotto, vuol dire “Il caffè misterioso”. È diretto da Kou Honekawa e interpretato dalla interessante Megumi Seki. La storia: un giornalista giapponese va in una caffetteria di montagna dove la gente scompare per indagare. È una storia di trapianti di midollo osseo, sui motivi per cui morire e soprattutto sulla ricerca dei motivi per cui vivere. Intrigante, a tratti straniante: in questo tipo di film, rispetto alle narrazioni zuccherate e plastificate del cinema americano, vince la complessi ma al tempo stesso anche una significativa ingenuità negli snodi di sceneggiatura e una struttura formale poco sofisticata. Va detto: con A Cup of Life i jap quagliano un onesto filmetto che nessun italiano farebbe. Troppo diretto per noi, ma a vederlo si scoprono piacevoli giochi a incastro.
Ant-Man (2015)
C’è qualcosa di unico, in questo film. A partire da Michael Douglas, certo (dopotutto c’era Robert Redford nell’ultimo film di Captain America). Ma c’è di più, sul serio. E non è Paul Rudd, uno degli attori preferiti di Judd Apatow. O l’incantevole Evangeline Lilly, tornata finalmente a fare qualcosa di sensato. No, è lo spirito di questo film, il modo in cui l’hanno affrontato. Bravi, mi è piaciuto, c’è dentro la voglia e il divertimento giusto. Anche di più. Nel nuovo fronte degli Avengers, Thor, Iron Man e Capitan America, questo è uno dei più azzeccati, secondo me.
Two thumbs up (2015)
Folle storia ambientata a Hong Kong, anzi nei dintorni, fatta da falsi poliziotti che sono ladri e guidano i pulmini della polizia, che in realtà sono ex autobussini riconvertiti. Insumma, na sorta di delirio, ma con spunti di regia, movimenti, intuizioni ragguardevoli. Tipico action/comedy movie made in Hong Kong. Qualcosa di meno comune da vedere, che scivola fuori dai canoni della narrazione a cui siamo abituati da tempo. Volendo, inspiegabile. Sicuramente intrigante.
Ex Machina (2015)
Perplesso, perché questo tipo di film, in cui tutto scorre con una lentezza patologica, esagera sempre con l’atmosfera e poi porta a casa poco. In questo caso si porta a casa un po’ di più, ma non vince. Gli stereotipi sono davvero portentosi (lo scienziato matto nel castello misterioso in fondo alla brughiera che costruisce Frankenstein) e scontati. C’è a sorpresa anche qualcosa della parte oscura degli anni Ottanta, ma forse è solo una mia proiezione. È invece da notare soprattutto Alicia Vikander: non è facile recitare la parte del robot semitrasparente. A lei riesce. Per questo aspetto di rivederla in Man From U.N.C.L.E., filmetto che promette se non altro qualcosa di più per quanto riguarda il divertimento.