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12.1.21

Mostly Here and There

QUANDO HO APERTO questo blog, nel 2002, non avevo ancora la carta di credito per comprare un dominio a mio nome. Sono passati quasi quindici anni prima che lo facessi, e altri cinque prima che varassi effettivamente il mio sito personale, Mostly Here

Sono stato colpito insomma da più ondate di "indecisite cronica". Cioè non toglie che ho fatto anche scelte piuttosto radicali su come avrei voluto strutturare il mio sito personale, che hanno richiesto più tempo del dovuto per la realizzazione (bastava farsi un sito su wordpress e ciao, dicono alcuni). 

La filosofia di fondo per il mio sito è semplice: creare un posto che raccolga la maggior parte delle cose che ho scritto (i miei "contenuti"), perlomeno quelli che ha più senso degli altri aggregare e portare avanti. Questo poneva il problema del blog, cioè di questo posto di antonio: chiuderlo e spostarlo, ammazzando così quasi vent'anni di presenza sul web, oppure tenerlo aperto mantenendo però una depandance con un indirizzo diverso da quello principale?

Con la lentezza carateristica di un romanziere russo dell'Ottocento alla fine ho trovato la soluzione: mantenere il blog attivo e vivace qui su Bloggger (fino a che non mi sfrattano, cioè) però nel frattempo reindirizzare il sito nell'area del mio nome di dominio a questo preposta: blog.antoniodini.com  

Operazione fatta, per cui se vi trovate a navigare da queste parti sappiate che è perché venite da là o perché siete partiti da qua. Insomma, ci siamo capiti. 

Poi, con calma, man mano che aggiungo contenuti a Mostly, preparo anche una spiegazione con il senso più ampio di tutta questa operazione.

28.12.17

I commenti a Star Wars Episodio VIII: Gli ultimi Jedi (2017)

SOLITO DIBATTITO NEI commenti qua e là in rete. È uscito Star Wars Episodio VIII "Gli ultimi Jedi" e pubblico e critica sono divisi. Piace/non piace. A me è piaciuto, l'ho scritto anche qui.
Dopodiché, entra in scena il dibattito: c'è chi dice che il film è piaciuto, quindi è bello, perché ha avuto buoni incassi, e chi dice che l'ha visto due volte ma non gli è piaciuto, quindi l'equivalenza bellezza=incassi non regge. C'è chi dice che un film è brutto a prescindere dagli incassi, vedi Avatar e Titanic. E c'è chi dice che quelli citati sono film "semplici", ma non brutti.

Prendo dal Post, che ha uno dei pubblici di commentatori più collaborativi ed educati tra i siti di informazione italiana, i commenti che seguono in cui il dibattito si riscalda e cerca di andare in profondità:

Visualizzazioni non corrisponde a bellezza del film

Appunto stiamo parlando di apprezzamento del pubblico, non di bellezza. Se il pubblico lo apprezza il botteghino ne code

Comincia a serpeggiare un dubbio che ha traversato due secoli di riflessione sull'estetica: cos'è un bel film o un brutto film? Il giudizio affidato a siti come Rotten Tomatoes e Metacritic, oppure alle stelline di IMDB, sono rappresentativi? E se sì, di cosa?

Alcuni fanno osservazioni più articolate:

I valori di Rotten tomatoes o metacritic non sono la bibbia, né per i valori degli utenti né della critica. Come OGNI classifica i valori riflettono le caratteristiche dei votanti.

In particolare gli utenti votanti sono per la maggior parte degli "uomo fumetto" o fan entusiasti o delusi che votano un film una tantum, mentre la critica sono per la maggior parte giornalisti u.s.a.

E ancora:

Vabbè ma un aggregatore critico dice cosa ne pensano i critici. Se i critici scrivono castronerie, non ci può fare niente. Così come un sondaggio fatto dalla Gallup per misurare il gradimento degli Ultimi Jedi non ti dirà se è un buon film, ma solo se è piaciuto al pubblico (IMDB ecc. non sono affidabili nemmeno in questo).

Il problema di RT come aggregatore critico è un altro: che trasforma le recensioni in un giudizio binario (positivo o negativo) sul film. In questo modo sono favoriti film 'carini' di cui nessuno ha motivo per parlare male (metti: Wonder Woman) e non film polarizzanti con recensioni entusiaste e un certo numero di stroncature (metti: Madre! )

Il commento è ficcante, soprattutto nella seconda parte. Cominciano a uscire delle osservazioni ancora più sensate, che mettono in dubbio ad esempio l'idea stessa del voto come voce della verità:

Questo prevede che le persone che danno il loro giudizio su Rotten Tomatoes siano rappresentative del pubblico generale.    

All'opposto dello spettro c'è la visione complottista: non tanto per l'osservazione generalmente condivisibile, quanto per la parentetica finale. È la visione secondo la quale, alla fine, è tutto un magna magna

Con quello che spendono in marketing le case di produzione, come può un film di cassetta non piacere alla critica?
(ma quale critica?)

Il dubbio (o certezza) che la critica sia "pagata" è uno dei leit motiv dei commenti anche in ambienti più "moderati" e riflessivi come IlPost.

Un altro aspetto fortemente criticato nei commenti è quello della coerenza interna della scienza di Star Wars (che peraltro è un film esplicitamente non "scientifico", tanto da essere stato paragonato a un film western o fantasy ad ambientazione futuristica). Il problema ovviamente non è relativo alla scienza "vera", ma a quella che si dispiega nelle due trilogie precedenti. Ovvero:

non si giudicano in base ala plausibilità assoluta, ma alla coerenza all'interno della saga, qui evidentemente lacunosa

Il punto critico è il suicidio con il quale viene sconfitta la gigantesca corazzata del Primo Ordine: accelerazione a velocità luce senza salto nell'iperspazio della nave della Ribellione sparata verso il nemico: un attacco kamikaze in piena regola. Scena spettacolare ma che solleva un dubbio: se l'effetto è così detonante e mortale, perché non è mai stato usato prima? Il dubbio diventa una tempesta religiosa, che porta alla luce contraddizioni legate a piani di lettura diversi.

Anche se il dibattito può essere portato avanti anche in altri modi:

Questo film fa schifo e basta, fan o non fan. I critici che l'hanno apprezzato o sono scemi o prezzolati. Un film di oltre due ore in cui non succede assolutamente NIENTE.

Quoto tutto! Io non sono un fan della saga ma mi piace andare al cinema a vederli, ho preferito di gran lunga "Rogue One". La prima ora di questo film è tutta commedia Disney, va bene le battute, ma così è troppo.

Per concludere, però, vale ricordare che si può trovare qualsiasi sintesi di senso e di gusto:

Io la saga di Star Wars la inserirei nella categoria "fantasy santascientifico". Già solo per questo mi sembra abbastanza inutile stare lì a dibattere su cosa o come funzionano le cose (già con le bombe che cadono verso l'incrociatore o Leia che tende la mano e rientra nell'astronave si poteva lasciare la sala sennò). Comunque film che mi è piaciuto tanto, non uno ma dieci passi avanti rispetto ad episodio 7.

4.6.16

Prove di automazione

STO PROVANDO A FARE UN ESPERIMENTO: automatizzare la pubblicazione dei post del mio blog usando Evernote e IFTTT. Vediamo come funziona (e se funziona).

In pratica ho agganciato una ricetta di IFTT che trasforma le note pubblicate su un determinato taccuino di Evernote in post di Blogger. Lo scopo evidentemente è quello di postare in mobilità. Infatti su iOS utilizzo Drafts 4 che permette di pubblicare direttamente su Evernote (e non su blogger) anche partendo da un testo fatto in Markdown.

I problemi fino a questo momento:
- il sistema non è comunque agile
- non ho trovato modo di mettere le tag ai post
- sono vincolato a esportare sul taccuino di Default di Evernote
- non ho trovato modo di mettere le immagini
- non ho trovato modo di programmare la pubblicazione di un post

Tutto questo non sarebbe stato necessario se:
- Drafts 4 esportasse su Blogger
- l'app di Blogger per iOS non fosse uno stupido scherzo

Qualsiasi consiglio è il benvenuto, ovviamente.

21.5.16

Andate e abbeveratevi tutti

Per tutti coloro i quali la produttività è una chimera (fondamentale ma irraggiungibile). Per voi ci sono 9 TED talks accuratamente selezionati. Andate ed abbeveratevi tutti.

Featuring:
- Adam Grant's 'The surprising habits of original thinkers'
- Shawn Achor's 'The happy secret to better work'
- Nilofer Merchant's 'Got a meeting? Take a walk'
- Jason Fried's 'Why work doesn't happen at work'
- Stefan Sagmeister's 'The power of time off'
- David Grady's 'How to save the world (or at least yourself) from bad meetings'
- Yves Morieux's 'How too many rules at work keep you from getting things done'
- Arianna Huffington's 'How to succeed? Get more sleep'
- Margaret Heffernan's 'Dare to disagree'

15.3.16

Mostly, I write

UN PROGETTO LATERALE, parallelo. Sto provando a vedere se faccio ripartire il mio sito di archivio e pensiero più strutturato. Tempo addietro era ospitato sui server di Apple "web.mac" (era l'epoca di MacDotCom). Poi Cupertino ha staccato la spina a tutta quella esperienza e il mio "Il Posto #2" è evaporato. Poco male, c'era poco dentro (ed è tutto ovviamente ben archiviato anche sui miei di server).

Dopo averci pensato per qualche anno, da alcuni mesi mi sono messo alacremente all'opera per realizzare un nuovo sito, che in prospettiva dovrebbe essere l'ammiraglia della mia flotta digitale, mentre questo blog secondo me va più che bene per continuare la "guerra di corsa" della rete.

Il nuovo sito, anziché "Il Post #2" avrà nome e logica diversi, basandosi dal punto di vista tecnologico sul paradigma delle pagine statiche anziché dei siti dinamici costruiti con un database (come Blogger, che state leggendo adesso, e ovviamente WordPress). Ma ne riparleremo in futuro. La cosa certa è che qui, anche quando non sembra, il lavoro ferve alacremente. Anche perché si tratta di scrivere e, come si vede nel nuovo sito, mostly, I write.

La versione preliminare di mostly, I write, con un dominio di comodo, la grafica provvisoria e tecnologie transitorie, si trova qui. È però tutto basato sul Markdown (non a caso ci ho anche scritto un libro). Ha parecchie ruvidità ed è ovviamente abbozzato e incompleto. Tuttavia, se vi va, lasciate un commento qui sotto per farmi sapere cosa ne pensate. Oppure sparate un tweet nella digisfera, o qualcosa del genere. Insomma, ci siamo capiti, no?

19.12.11

TextEdit, Scrivener e iA Writer

PER SCRIVERE (CHE poi è quello che faccio per vivere) sto alternando tre software diversi. Il primo è TextEdit, di serie con il Mac e capace di generare documenti all'occorrenza con una formattazione avanzata. Apre ed esporta in DOC anche se io uso RTF per tutto.

Poi c'è Scrivener, il mio antico amore. Antico si fa per dire: lo uso da alcuni anni, dal 2005 direi, e mi serve per gestire i progetti più grandi (come i libri) e la struttura del lavoro di scrittura per articoli con appunti. Inoltre, lo utilizzo per prendere appunti. Ha il vantaggio di poter tenere assieme più documenti, di poterli organizzare e raccogliere in cartelle, di andare in modalità a due pagine affiancate o a tutto schermo. Pessima la sincronizzazione con DropBox, inesistente quella con iCloud, sventurato il fatto che non ci sia la versione per iPad. È comunque un insostituibile strumento per la scrittura strategica.

Ultimo arrivato, iA Writer: il colpo di genio di iA, gli Information Architects (cioè quel genio dal talento portentoso che è Oliver Reichenstein). iA Writer è uno straordinario editor di testo minimalista, che uccide qualsiasi fronzolo. Mi è stato ostico per un po' a causa del suo differente approccio al documento (cosa genera, come lo formatta) ma, dopo aver capito il markdown, adesso mi sto muovendo molto meglio. iA Writer è presente su iPad oltre che su Mac (anzi, arriva su Mac da iPad) ed esporta RTF, oltre a spostare i documenti su iCloud. Sta diventando molto interessante come videoscrittura tattica, è davvero un capolavoro di minimalismo e riesce a "spostare" con una facilità estrema i documenti attraverso la nuvola: come dovrebbe essere..

Deliziosa anche la sua presentazione.

21.5.10

Milano blogging class

UNA GIORNATA PARTICOLARE, qualche settimana fa. Una piacevole intervista per raccontare come sono e cosa sono secondo me i blog. Merito dello staff di Milano blogging class e in particolare di Luca De Vito.

17.4.09

Il grande inganno del Web 2.0

IN BREVE:

IN un’Internet di massa, trovare ciò di cui si ha bisogno è sempre più difficile, ma ancor più difficile è valutarne l’attendibilità. È il prodotto dell’ideologia del Web 2.0 – quello di blog e social network – che preconizza la scomparsa degli intermediari dell’informazione, dai giornalisti alle testate di prestigio, dai bibliotecari agli editori, presto sostituiti dalla swarm intelligence, l’intelligenza delle folle: chiunque può e deve essere autore ed editore di se stesso. Il ‘mondo Web 2.0’, dove nessuno è tenuto a identificarsi e chiunque può diffondere notizie senza assumersene la responsabilità, realizza davvero un sogno egualitario, o piuttosto un regno del caos e della deriva informativa?

Il grande inganno del Web 2.0
Fabio Metitieri
Saggi tascabili Laterza
Pp. 192, euro 12,00

4.4.09

Edonismo digitale

OGNI TANTO BISOGNA farsi prendere da qualche momento di sano pessimismo. Pensando a Barack Obama - che negli Usa cominciano a chiedersi se, oltre a parlare bene come Ronald Reagan più che come Abramo Lincoln, sappia anche fare qualcosa di concreto - e a qualche signorotto asiatico in cerca di contatto con la sua audience locale, viene da pensare all'edonismo digitale e al bisogno di attrarre gli elettori giovani e interconnessi. Ne parlava un po' di tempo fa l'Economist:

Money quote: Political leaders and religious establishments are placed in a dilemma by the rise of cyber-hedonism: do they follow their youngsters onto the net, or try vainly to lure them away from the computer?

In Asia, some politicians have tried to profit from online hedonism by presenting themselves as devotees. In last year’s elections in Taiwan, candidates vied to appear internet- and youth-friendly. One hired a spokesman from a heavy-metal band and posted a series of ads on YouTube, the video-sharing site; he was unfazed by explicit exchanges about a popular erotic film, “Lust, Caution”.

A me l'accostamento che viene da fare è con un altro angolo visuale. Adoro da un decennio i libri di Giuseppe Culicchia, e trovo stupendo Brucia la città, l'ultimo che ha pubblicato. Oltretutto, vivendo sull'altra sponda, cioè Milano, il prototipo nazionale originale, sono sempre più convinto che non stiamo più producendo da tempo gli anticorpi sociali necessari a restare in una parvenza di equilibrio. Basta parlare con i rintronati convinti che X-Factor sia un capolavoro di intelligenza e che soprattutto valga alcune ore della nostra fin troppo breve vita (intendiamoci: le vale, ma solo se di professione fate l'antropologo oppure l'elettricista di scena della trasmissione) per capire che siamo persi definitivamente.

Propongo quindi di dedicarci tutti alla coltivazione di fonti alternative di energia, piantando seicento alberi all'anno a testa. Possibilmente a distanza, così riusciamo a fare ricco qualche furbacchione a cui si faccia gratuitamente pubblicità.

17.3.09

Una passione che voi non avete

SE IO LA sera, quando ho finito di fare il mio lavoro, mi mettessi davanti a un ospedale a sviluppare e leggere le radiografie ai pazienti, oppure in piazza Cordusio a fare la dichiarazione dei redditi alla gente - tutto gratis ovviamente -, o meglio ancora mi mettessi in un cantiere a tirare su qualche muro gratis o in fabbrica a saldare sportelli di automobili senza contropartita economica se non pacche sulle spalle, cappellini colorati, qualche mezzo euro di sguincio se le cinque macchine al mese che aiuto a montare per niente vengono vendute tutte entro la prima settimana, che direste? Che sono scorretto, antisindacale e impreparato? Che parlando così ragiono come un poveretto, in un modo che non è un business plan?

Oggi si festeggia la chiusura del Seattle Post-Intelligencer. Ero da quelle parti due settimane fa, il ricordo di quella redazione è ancora vivido. E dopo aver ascoltato il dibattito nostrano, la voglia di prendere su i miei giocattoli e andarmene via dal giardinetto, poi, è sempre più forte. Perché la massa dilagante di tecnocrati e scimmiette davanti alla macchina per scrivere non ha mai avuto la passione per questo lavoro, che è fatto sia di notizie che di piombo e di carta, checché ne dicano i guru dell'informazione che non fanno i cronisti. Quindi, per piacere, almeno per oggi, ascoltate il silenzio di un giornale che viene mutilato a morte e rimane solo online. Domani riprendete pure a starnazzare le vostre massmediologìe.

Money quote: What do newspaper people do while standing beside the icon for a newspaper about to die? Three newspaper people who, together, have spent at least 85 years in a culture now in freefall? They tell newspaper stories, of course.

9.8.08

Non importa quant'è grosso, ma come lo usi

L'iPHONE, NONOSTANTE LA sua modesta fotocamera (2 Megapixel contro i 5 ad esempio del Nokia N95) è il primo telefono cellulare tra quelli usati per postare foto su Flickr. Pare che la cosa dipenda dal fatto che, a differenza del suddetto Nokia N95 e di altri apparecchi analoghi (N73, N82 e Sony Ericsson K800i) in cui i sensori sono ben più grossi, l'iPhone si faccia usare con una certa qual grazia e semplicità. Il tutto nonostante non abbia gli Mms e la tastiera sia virtuale. Tié.



(Qui i dati di Flickr, ricavati dai metadati disponibili nelle immagini stesse che vengono caricate, e poi normalizzati statisticamente)

7.8.08

Sign of the Times

BISOGNEREBBE LINKARLO OGNI giorno o quasi, perché le foto che propone sono spettacolari. E bisognerebbe anche mettersi lì ad analizzare il senso della Big Picture del Boston Globe: per la prima volta si sfrutta sia il potenziale delle agenzie fotografiche (e non venitemi a parlare di Flickr, perché qui ci sono i migliori professionisti al mondo sia per lo scatto che come editor per la scelta) che della "dimensione" - finalmente qualcosa di non striminzito ma proporzionale al moderno videoterminale.

Comunque, ci si può anche accontentare di questo reportage visivo sull'eclissi dei giorni scorsi.

29.7.08

The Thorn Birds

A ME, UNA vita fa, dicevano che iniziare un pezzo con un virgolettato vuol dire far fare il proprio lavoro di giornalista ad un altro. Ma forse il principio non si applica agli antropologi della contemporaneità. Però citare le fonti, se capita di scrivere su Repubblica, magari sarebbe meglio. Altrimenti Massimo si arrabbia. (Anche se, a dire il vero, si va sulla fiducia, perché manco lui fornisce il link all'originale).

L'attacco incriminato:

"Dovessi spiegarti che cos'è il mio blog ti direi che è un luogo, riscaldato d'inverno ed areato d'estate, con un indirizzo e una buca delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una porta aperta per entrare se ti andrà. L'insieme dei blog che leggiamo e di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal caso". Parola di blogger. È evidente che il blog è molto più di un sistema di comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma di vita, per dirla con Wittgenstein. In entrambi i casi uno spazio di condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi, sensibilità, abitudini, codici sedimentati - ma prima ancora creati - e da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale.

Ps: No, Wittgenstein è quell'altro, quello che faceva il filosofo, non quello nato a Pisa

13.7.08

The Yorker, punto e virgola

QUELL'IMMENSA, RAREFATTA e raffinata miniera di spunti che è The Yorker adesso ha anche il merito di aver rimesso in circolo il problema del negletto punto e virgola, richiamando anche Slate nella querelle.

In più. Lo cito solo obiter dictum, ma sul blog di Andrea c'è pure questo rimando al peggior libro di sempre. Però...

Canzone triste

DOPO CHE SI sono espressi Luca, Massimo, Akille, Zetavu, Gb, Luca e vari altri, mi sorge un dubbio. Che Buonanotte fiorellino di De Gregori sia in realtà una canzone allegra? No, perché non la cita nessuno... forse è troppo triste anche per la lista delle canzoni tristi.

24.9.07

Pier e Steve

IL BLOG DI Pierferdinando Casino, come scrive Sandro, è un fake, cioè è falso, anche se aveva fregato molti dei suoi lettori (perlomeno quelli che amano il nascente genere letterario "blog di politico"). La cosa divertente non è che Casini ha "messo in moto la Polizia postale", come scrive sempre Sandro (i "postali" perché quelli sono gli agenti competenti per le indagini che hanno a che fare con i reati commessi in rete), dato che non è chiaro come faccia Casini a "metterli in moto" direttamente senza essere un Pubblico ministero o almeno il ministro degli Interni: erano cose che accadevano a Roma fino a 1600 anni fa, ma dal 1948 non dovrebbero più capitare; comunque...). La cosa divertente è un'altra: negli Usa per 18 mesi c'è stato uno che ha fatto un blog intitolato "Fake Steve Jobs" e tutti cercavano di capire chi fosse, alcuni sospettando dello stesso Jobs. Per tutti intendo "tutti esclusa la polizia", dato che esiste pur sempre la libertà di espressione.

Direte: ma FSJ non faceva finta di essere quello vero. Certo, però ci andava giù pesante contro il mondo dell'informatica, Microsoft, i blogger e lo stesso "vero" SJ (nel senso che gli faceva fare e tuttora gli fa fare la figura dell'idiota, visto che non ha smesso). Ora, visto che il falso Casini ha ingannato molti - e ha pure raccolto del consenso, se non sbaglio, a parte la tornata finale di insulti - forse casini invece che trattarlo come Pinocchio e mandargli contro gli "sbirri" (è l'espressione che usano di solito Collodi e Manzoni) per farlo arrestare colpevole - temo - del reato di "lesa maestà" travestito da chissà quale fattispecie penale (avrà fatto finta di impersonare un pubblico ufficiale? È il reato più grave che mi viene in mente tra quelli procedibili d'ufficio e lucrosi per l'eventuale richiesta di risarcimento danni a latere), Casini-quello-vero potrebbe invece assumerlo nell'ufficio stampa, no? Il fatto è che sembra bravo...

28.7.07

Il mestiere del dottore

SEGUO PER UNA giornata un amico che fa il medico. Al bar, la mattina, comincia finalmente a rompere il ghiaccio con la cameriera: come va, come sta, che bella giornata, e lei che fa? Lui a questo punto lui tentenna: già lo sa cosa sta per succedere. "Faccio il medico", azzarda. "Ehi, che bello, che mito, il medico, dai, fantastico. Anche io volevo fare il medico. Sa che mi piace tantissimo? Do un sacco di consigli agli amici, è un mestiere fantastico. Salvare le vite umane. Anche io vorrei fare il medico".

Si inserisce un altro avventore: "Certo, il medico è una gran professione. Chissà quanta gente ha curato. Nel mio piccolo io ho fatto alcuni anni di pratica medica, per un piccolo studio di periferia. Lavoravamo su casi semplici, medico di quartiere, eh, non mi fraintenda". Il vecchio avventore panciuto, quello che sta in un angolo, sempre vestito in maniera elegante e non più bello, non più giovane, osserva come parlando a se stesso: "Medico degli animali. Non bisogna dire veterinario. Sono medico degli animali. Un medico degli animali è più bravo di un medico degli umani, perché deve conoscere la fisiologia di molte più creature. È più complesso, più difficile. Non siamo medici di serie B. Siamo medici degli animali, di tutto il creato".

La giornata procede tra visite a pazienti, anche quello un esercizio un po' paradossale. Si sa, a meno che non stiano proprio male, la maggior parte si sentono un po' medici anche loro. E i loro parenti. "Io curo la gente, proprio come lei", dice uno seduto al capezzale della figlia ammalata. Un altro dice: "Sono un ex medico. Non ce l'ho fatta a passare il numero chiuso della scuola di medicina, ma continuo a dare farmaci e pillole un po' da tutte le parti. Gratis, ovviamente, perché per me è una missione. Nella vita faccio lo sfasciacarrozze, ma non è un lavoro che mi soddisfi più di tanto".

Commenta il mio amico medico: "Lascia perdere gli anni di medicina, il giuramento di Ippocrate, il sacrificio personale che ci vuole per fare il medico in un mercato della sanità che ci tratta come i barellieri degli anni Cinquanta, la politica da tutte le parti che uccide i tuoi sogni da ragazzo, i Baroni dell'università e delle cliniche private e degli ospedali. Il fatto è che da qualche anno a questa parte tutti si sono messi in testa di fare i medici. Il confine è labile - aggiunge il mio amico - perché tutti qualcosa capiamo e diamo una mano agli altri, se serve un consiglio su come curare il raffreddore, ma qui si sta cominciando a esagerare. Ho visto l'altro giorno tre ragazzotti con le mani unte in una clinica da campo, montata in una tenda da campeggio nel mezzo della piazza del duomo, ricevere pazienti, somministrare trattamenti, dare medicine, praticare operazioni. È un mondo all'incontrario".

Il mio amico corre come un matto, va a destra e a manca. Si danna per due motivi: segue la passione di una vita (perché dopotutto il mestiere del medico lo fai non per diventare ricco - anche se qualcuno ricco ci diventa e si potrebbero anche discutere i modi) e cerca di mettere insieme i soldi necessari a campare. "La parte più difficile - osserva - non è il lavoro, che alla fine si può ovviamente imparare a fare, ma è resistere alle pressioni: come medico prescrivi un sacco di farmaci, e non ci vuole niente per diventare un rappresentante delle case farmaceutiche, uno che prescrive sempre quella marca di medicina. Stare dalla parte del paziente è sempre più difficile".

Un particolare che colpisce, visti i costi di avere un medico nello staff, è la politica degli ospedali e delle case farmaceutiche. I primi tengono oramai in pianta stabile gruppetti di medici-pazienti nel cortile del nosocomio, alcuni addirittura gli danno un'ala un po' dismessi. Portano nuovi pazienti, dicono gli amministratori. Fanno solo cosette semplici, mica operazioni a cuore aperto, dice un vecchio primario paffuto e sorridente. E le case farmaceutiche hanno capito che con i medici-amateur possono fare di tutto, anche cliniche tematiche dedicate a un singolo farmaco. "E la cosa più stupenda - aggiungeva un vecchio direttore generale di una multinazionale svizzera - è che non li devi neanche pagare! L'unica cosa a cui bisogna stare attenti è che questi matti non si mettano di punta e comincino a dire che le tue medicine in realtà fanno male. Ma non è difficile stare con loro, dopotutto si ritrovano nei loro congressi di aggiornamento al bar: è pure divertente andarci a regalare magliette e bustine di analgesici che inghiottono come fossero Mentos".

Torniamo a casa la sera circondati da una nuvola di aspiranti medici, medici falliti, presunti medici, medici in erba, medici per caso, medici per hobby, medici per errore. "È naturale che ne veda tanti - dice - perché dopotutto mi muovo sempre dove ci sono le malattie, ed è proprio lì che si trovano questi strani tentativi di medici. Mi chiedo solo perché oggi tutti vogliano fare il medico. È questo che non capisco. Saranno mica diventati tutti degli ipocondriaci?".

Ecco, non la tiro in lungo oltre. Sostituite a "medico" il termine "giornalista" e agli altri il "blogger-giornalista", l'amateur. E rispondete a una domanda: ma perché cacchio volete tutti fare il giornalista, oggi? Non ci avete proprio niente di meglio da fare, non ci avete?

25.7.07

Carosello: "social-cippa lippa" Snack!

MENTRE IL COFFEE break assume proporzioni epiche - probabilmente ci deve essere un problema all'impianto della sala conferenze - mettiamo su la pubblicità. Il fatto è che ho incocciato in questo Blogstar Death Match fantastico anche perché credo proprio che stia avvenendo all'insaputa della maggior parte dei diretti interessati. Meglio: pensate che pizza se lo tiravano fuori i soliti noti del "social cippa-lippa".

Tra l'altro, sempre il buon Paulthewineguy, lancia anche "Diario Sfondato", la sua inchiesta inutile che, in tema di sondaggistica, se non altro fa sorridere e magari anche pensucchiare un po' ai risultati con relativa glossa. Da praticare anch'essa, perché pur sfottendo il solito "social cippa-lippa" poi alla fine dice cose pure interessanti (con la qual cosa si dimostra che pure un sondaggio fatto tra i micetti orbi della gatta cieca affascina le menti fragili ed è già passabile se non altro a Porta a porta).

Sono quindi affascinato - almeno per i prossimi trenta secondi, un po' come si sa che a cultura "snack social-cippa lippa" fa alle già fragili menti dei giovani autori.

Ah, se poi fate il Blogstar Death Match, vi prego: sintonizzatevi il 29 e votate Freddy, così perde. E ci resta male...

11.7.07

"Flip-flop little stone" (cioè "sassolini delle infradito"; ehm... se m'è venuto così, che ci posso fare)

QUALCHE PICCOLA CONSIDERAZIONE come sempre a margine del resto del mondo. Il dibattito sulla tivù come buona o cattiva maestra. C'è chi dice che in Italia il telefilm è il contenuto "letterario" di riferimento dei giovani autori di libri (avete presente chi ha vinto l'ultimo Strega?) con tutti gli effetti negativi, sia linguistici che anche culturali, che questo "abbattimento della qualità degli esempi" comporta. A me piace citare questa frase di Anna Mioni (trovata in questa straordinaria miniera di interviste spaziali ed etiliche), che è la traduttrice di Avverbi (lo citavo qui).

Pare che molti scrittori italiani contemporanei (per loro stessa ammissione) siano quasi più influenzati dalla lingua degli autori americani (e cioè dalle traduzioni, perché non tutti li leggono in lingua originale) che non da quella dei predecessori italiani. Questo avvicina, quindi, la lingua letteraria a quella della traduzione.

Primo sassolino: non è che più che la televisione il problema è il catalogo di Rizzoli, Mondadori e compagnia? Fatevi un giro in libreria a vedere quanti titoli italiani - a parte Faletti e Camilleri - trovate. O meglio, fate un giro sullo scaffale/gli scaffali di casa vostra (dopo aver escluso i libri che vi hanno fatto comprare alle medie e le istruzioni del micro-onde).

Secondo sassolino: il pubblico che non guarda più la televisione. Anzi, i "pubblici", al plurale. Non si tratta della distruzione, anzi della fine totale palinsesto. Robe da apocalittici disintegrati. No, per me è una cosa diversa: parliamo di interruzione del flusso. In effetti, il palinsesto della tivù nostrana (e non solo) è oramai diventato - grazie al telecomando, ai registratori digitali etc. - una cosa che sta a metà strada tra chi trasmette e chi guarda. In più, prendete il mio caso singolare (anche se il singolo non fa mai testo, io poi meno che mai) e pensate al fatto che non guardo la televisione eppure scrivo tantissimo di televisione. La guardo o la leggo? Certo, la leggo sui giornali e sui siti web (se ne parla a vanvera e tantissimo), ma soprattutto la scarico. Tutto legale, tutta roba americana, però il punto è che il palinsesto, se vogliamo personalizzare il termine televisivo dalla parte del consumo personale e non dell'emissione - paragonandolo così ad una parte video della dieta mediale –, me lo faccio da solo e lo compulso senza bisogno di accendere il televisore. Dopotutto, televisione e televisore sono due cose diverse no?

Terzo e ultimo sassolino: torniamo sempre ad Anna Mioni (che ormai non mi sembra più solo una gran traduttrice), in un'altra ma diversa tranche dell'intervista di cui sopra, dice:

Quale, aldilà delle singole occasioni linguistiche, la difficoltà di fondo nel tradurre Handler?

È stato difficile rendere fedelmente certi suoi stilemi, come quello di forzare la lingua verso il registro tipico del parlato (con la sua sciattezza voluta); o l'ironia basata sui doppi sensi e sugli slittamenti semantici (un umorismo più anglosassone che mediterraneo); il senso del grottesco suggerito da certi intercalari, che abbassano il tono dal sublime letterario al "terra terra" quotidiano, come se l'autore prendesse poco sul serio i suoi personaggi, e di riflesso anche se stesso.
Insomma, caratteristiche che cozzano in parte con l'idea di letteratura "alta", in cui si riconosce però un trait d'union stilistico dei 30-40enni americani post-moderni. È difficile riprodurle in italiano senza il rischio di far sembrare la lingua poco curata. Ho cercato di far capire al lettore il lavorio mentale che sottende scelte solo in apparenza semplici.


Ecco, prendete l'ultima parte: È difficile... eccetera. Non vi ricorda qualcosa? Non vi fa risuonare tanta di quella frittura blog (alla quale peraltro partecipo anche io) fatta di "Signora mia" e "Magari anche no" e via dicendo? E non vi sembra che sia modello anche di giornalismo "giovine e sveglio", che non si prende mai sul serio e che ha sempre la battutina giusta (oltre alla concinnitas eletta a sistema) di tanti eroi cartacei delle pagine di riviste e quotidiani innamorati del cazzeggio? Siamo tutti diventati una razza di cazzeggiatori? Di narcisi dalla tastiera facile? Di brillantoni che vanno sempre di fretta? Di esteti dell'epigrafe post-moderna?

Al riguardo, ho anche trovato questo signore che sostiene la necessità (anche argomentata con un certo dispiego di scienza statistica) di non scrivere post di blog ma articoli. Nell'ecologia della mente il post influisce negativamente sulla capacità di analisi, nell'economia della rete non paga come strategia soprattutto se uno è molto competente e nell'ecologia dell'informazione oltretutto i post inquinano cospargendo il web di frammenti dadaisti che fanno schermo verso i siti con "qualcosa da dire" di argomentato.

Ecco, adesso mi rimetto le mie scarpe e dell'avidità del mondo della rete se ne parla in una prossima puntata.

3.7.07

Pensiero esteriorizzato

DUE RAPIDE COSE: prima stavo ascoltando incantato una tirata del mio direttore contro i blog. Preciso: uno dei miei direttori (ogni Giovane Autore ne ha più d'uno, ovviamente, e li ascolta tutti egualmente incantato). Diceva dei blog, in sostanza: chissenefrega di quello che la gente pensa in casa sua? Siamo alla tumoralità di opinioni, un mondo in cui nessuno più pensa in silenzio, il comunismo delle idee. L'attacco appassionato all'inutilità dei blogger mi ha fatto pensare a quando Sant'Agostino vide nell'orto Sant'Ambrogio chino sul Libro Sacro, in silenzio. Cosa fai?, chiese. Prego, rispose l'altro. Fu sconvolgente, perché all'epoca la lettura interiorizzata non era mai esistita. Oggi siamo al pensiero esteriorizzato: coi blog nessuno più pensa in silenzio. Fu sconvolgente anche questa volta.

Poi, io ora sono schiavo di Phonkmeister (qualunque cosa voglia dire) e dei suoi haiku in outsourcing. Bellissimo: non riesco più a scrivere niente se non frasi incisive sul nulla in meno di 160 battute pensando che potrebbe riprendermi. Anche quando sono 268 battute.