22.5.08

Il signor Clessi Guido, con negozio in viale Vittorio Veneto al civico quattro, cessa l'attività e va in pensione

QUANDO SONO ARRIVATO a Milano alla fine del '98 ho cominciato a girare la città. Tutta metropolitana, qualche raro tram, autobus neanche a pregare. La città era nuova e un po' - lo ammetto senza timore - mi spaventava. Soprattutto, era difficile girarci, perché mi pareva assai più grande della mia natìa Firenze (che poi anche Milano oggi mi paia piccoletta dovrebbe dirla lunga su come sono diventato e su quanto tempo sia in realtà passato).

Le tappe dei posti dove andare me le mostravano le mie guide indiane. Ero ospite della foresteria di un collegio dell'università Cattolica, il Ludovicianum, e la rete di solidarietà tra i ragazzi dei vari anni era fantastica. Io mi accodavo volentieri, felice di poter socializzare la nuova città come se fossi stato uno studente universitario: è l'unico modo, dato che se ci arrivi solo per lavoro la città non ti riuscirà mai ad appartenere. Mia teoria, perlomeno.

Comunque, una tappa ce l'avevo già in mente da anni: il negozio della Yamato. Un mito per chi acquistava i Vhs con i cartoni animati giapponesi (come facevo all'epoca) visto che in fondo ad ogni anime c'era il breve trailer del negozio. Fatta la tappa e scoperta la piccola miniera d'oro di via Tadino (poi hanno cambiato e io ho continuato a seguire le peregrinazioni), ho scoperto che in zona c'erano anche altri posti che valevano la pena.

La zona è quella dei bastioni di Porta Venezia, le stradine che da viale Vittorio Veneto si inerpicano verso viale Regina Giovanna, sempre paralleli a corso Buenos Aires. L'angolo magico è quello di piazza Oberdan, dove ha sede il cinema della Provincia di Milano e dove stazionano i baracchini di un paio di venditori di libri usati (mio massimo diletto: ogni volta che ne vedo uno mi impallo per mezz'ora e compro cose assolutamente inutili). È una delle zone, insieme a quella in cui abito e alla Cattolica, che amo più di Milano: altro che zanzarosi navigli ed esotismi di Brera: cose per turisti quelle, ecco.

Là, accanto a Porta Venezia, su viale Vittorio Veneto al civico 4 c'è il negozio di modellismo di Clessi Guido. Figlio d'arte, perché la bottega ha aperto un quarantennio e più fa, con il padre, al numero due. Sfrattati dalla Provincia, giusto nel '98 si sono spostati un civico più in là. Ancora per poco. Io ci sono andato di quando in quando, fa parte della mia mitologia milanese: sono i ricordi più vecchi (a parte quelli di quando sono venuto da ragazzino da Firenze per brevi gite) e ricordo ancora il plastico della base Alfa di Spazio 1999, intravisto, rivisto, lumato per qualche anno e poi un bel giorno "andato" chissà a chi. Insomma, era diventato il mio negozio di modellini a Milano, come Dreoni a Firenze.

Beh, per farla breve, ci sono capitato qualche giorno fa, dal buon Clessi. Avevo del tempo da ammazzare aspettando un amico per andare a pranzo. Entro dentro e tuttavia le vetrine sono "povere". Mancano modelli, scaffali bianchi a vista, solo tanti die-cast di auto e qualche treno. Kit di montaggio, invece, nisba o quasi.

Che succede? Il signor Guido è un po' ombroso ma dovrei dire piuttosto lombardo, perché non dà confidenza se non con frasi veloci e quasi brusche, sottintendendo che si sprecano parole e si rimarca l'ovvio a parlare troppo. La sua signora, anche lei da una vita nel negozio, è invece molto gentile e assolutamente disponibile. Però di certe cose si parla con il titolare: gli chiedo che succede e mi dice "a ottobre chiudiamo". Due notizie: grande svendita - si fa per dire, ma ci siamo capiti - e soprattutto, fine di un'epoca. Come leggerete prossimamente, questo è un periodo in effetti in cui molte epoche si stanno chiudendo e altre se ne stanno aprendo (per fortuna altre ancora continuano indefesse). Però questa non me l'aspettavo.

Clessi chiude. Se ne vanno i modellini di autobus e di scavatrice, le decine e decine di accessori per treni, le vernici Humbrol, i plastici, l'angolo con le "meraviglie" nipponiche e televisive (molti più Gundam e Star Trek da Yamato, ma ci siamo capiti), gli aerei della Seconda guerra mondiale, i ferromodelli e tutto il resto. Una disperazione...

Che dire? Sono uscito scattando le tre foto che vedete. Una breve sequenza che consegno alla storia effimera di Internet, perché la traccia nel tessuto milanese sta per evaporare. Grazie, signor Guido. E non si rammarichi (anche se non se ne rammaricava quando gliel'ho chiesto) se i figli a differenza di lei non hanno voluto seguire la tradizione del padre. Perlomeno il ricordo rimane indelebile e non si può sciupare in modo alcuno.

Come mi ha detto con sensibilità un collega e amico del Sole pochi giorni fa, si cercano i modellini per congelare e continuare a vivere i ricordi di un momento vissuto che l'oggetto rappresenta metonimicamente. Quello non chiuderà mai, signor Guido.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Guarda questo video di Kawasaki e soprattutto presta attenzione al punto 3 della diapositiva.
Non ti viene in mente niente?

http://it.youtube.com/watch?v=L3xaeVXTSBg&hl=it

Unknown ha detto...

che peccato..ci andró prima che chiuda...

Antonio ha detto...

@Giovanni, anche io ci voglio tornare! Ho messo l'occhio su un paio di cosine, in effetti...

@anonimo: il punto tre è "prevent the end of something good" (nel contesto di perché e con quali motivazioni fondare un'azienda). Intendi suggerire che dovrei rilevare l'azienda del signor Clessi Guido?

Anonimo ha detto...

Perche no? :))

Antonio ha detto...

Perché sarei un pessimo proprietario!!! Arrivati a un certo punto nella vita, bisogna ammettere che ci sono cose che non si sanno fare: tenere un negozio è altissima nella lunga lista di quelle che non so fare io...

Anonimo ha detto...

ieri mentre ero in un altro negozio "in via di estinzione" (Giopi Model in via Giambellino) ho sentito che dovrebbe chiudere definitivamente a fine febbraio


Quello che pero' mi insospettisce è il fatto che le vetrine tracimino di cose che non sono in offerta

Forse che qualcuno abbia rilevato il negozio? Speriamo

ciao grazie


spider

Marcuber ha detto...

Penso che Guido sia stato il nome del padre.