17.10.08

Berlusconi, Brunetta e Gelmini studiati da Nature

PARE CHE LA politica italiana sollevi indirettamente l'interesse delle grandi riviste-vetrina della scienza mondiale. Nature dedica ampio spazio a quel che succede nel mondo dell'università e della ricerca del nostro Paese.

Money quote: Indeed, Italy has already embraced this concept by signing up to the European Union's 2000 Lisbon agenda, in which member states pledged to raise their research and development (R&D) budgets to 3% of their gross domestic product. Italy, a G8 country, has one of the lowest R&D expenditures in that group — at barely 1.1%, less than half that of comparable countries such as France and Germany.

The government needs to consider more than short-term gains brought about through a system of decrees made easy by compliant ministers. If it wants to prepare a realistic future for Italy, as it should, it should not idly reference the distant past, but understand how research works in Europe in the present.



(via Antonello Pasini)

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie per aver dedicato spazio ed attenzione a tematiche tanto fondamentali per il progresso culturale del paese. Almeno in questo Posto se ne parla o perlomeno se ne stimola la riflessione, visto che in "Parla-mento" non è permesso neanche il discuterne, procedendo a colpi di decreto su settori così fondamentali che necessiterebbero davvero di un confronto approfondito, competente ed attento.

Anonimo ha detto...

Mi rendo conto di non avere un’adeguata competenza negli aspetti della gestione economica di alto livello, spero dunque che qualcun altro possa partecipare alla riflessione ed integrare tali mie lacune. Vorrei però esprimere il mio ragionamento. I tagli annuali dettati dal DL 112/2008 sul fondo per il finanziamento ordinario delle università (di 63,5 milioni di euro nel 2009 e che si incrementeranno fino a giungere ai 455 milioni di euro dal 2013), i tagli sulle spese di gestione, sul funzionamento e sul turn-over, sono realtà che a breve condurranno qualsiasi università statale ad una impossibilità di sopravvivenza. Ovviamente questo chi ha emanato il decreto legislativo lo sa, infatti sin da ora è stato previsto un iter per la trasformazione delle università pubbliche in fondazioni private.
La riduzione del turn-over al 20% (tradotto in numeri spiccioli è neanche 1 nuovo ricercatore assunto per ogni 5 professori che vanno in pensione) aggrava inoltre l’inserimento dei giovani nel mondo della ricerca, conduce ad una contrazione del numero di studiosi e professori e, di pari passo con la cancellazione delle stabilizzazioni, porta tra l’altro ad una impossibilità di copertura stessa dei corsi universitari esistenti: oggi una vasta percentuale dei professori ordinari e associati e dei ricercatori assicura docenze su più corsi, assumendo incarichi didattici eccedenti gli obblighi di legge.
Una privatizzazione generalizzata delle università a me sembra tra l’altro proprio incostituzionale (basta leggere l’art. 33). La privatizzazione inoltre regolerebbe ineluttabilmente le discipline ed i settori di ricerca: come in ogni impresa sarà necessario puntare al fatturato, dunque è comprensibile che saranno finanziate le ricerche appartenenti ad ambiti che potranno portare ad un oggettivo e subitaneo riscontro economico. Ahinoi però questa non è la strada per il “progresso culturale”: le conquiste nella Conoscenza si fanno attraverso lo studio delle “teorie pure”, è in quei campi che si fanno le “grandi scoperte”. No?
(Ah: nominiamo anche Tremonti, che “Nature” lo ha omesso. Non vorrei ci restasse male!)

Unknown ha detto...

grazie per il link originale. finora avevo trovato solo la traduzione su Internazionale.
tommi di www.bloginternazionale.com