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Davanti alla porta di Brandeburgo, però, che avevo visto per la prima volta 22 anni fa, ieri c'erano un po' di attrazioni: un signore vestito da improbabile Vopos con una collezione di cappelli militari, per scattare foto grazie alle quali far passare il turista per liberatore sovietico, americano, britannico, persino per soldato tedesco vecchio e nuovo. L'unica cosa che manca è un qualsiasi tangibile segno riconoscibile dell'esercito del Terzo Reich, visto che in quel Paese è considerato reato e anche grave: a differenza dell'Italia, dove l'Apologia di fascismo è evidentemente un reato da operetta, come è la XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione, mentre a quanto pare anche il 25 aprile è una festa da commedia all'italiana, in cui metà delle istituzioni si danno per latitanti e chiedono la giustificazione per l'assenza alla mamma. Vabbé.
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Insomma, davanti alla porta di Brandeburgo, in una giornata di sole invidiabile, con la calma di una città non oberata di turisti e sfaccendati e borseggiatori e altre persone di etnie indefinibili come i loro scopi, mi sono messo a chiacchierare con Hans, studente un po' fuori corso, che ha in qualche modo recuperato timbri più o meno originali dell'epoca che fu.
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Ho fatto un giro a piedi ancor più lungo, percorrendo un pezzo dell'Unter den Linden, passando davanti alla libreria statale, alla università Humboldt, fino al Museo storico tedesco, costeggiando poi l'Altes Museum, il museo di Pergamo e il Bode-Museum, rientrando infine all'hotel dietro la stazione di Friedrichstrasse.
Ci sono le polemiche, in Germania, su come sia poi andata la riunificazione. Berlino ne è il simbolo, la stagione più bella di questi ultimi anni, però è anche un po' alla fine del suo ciclo: le archistar hanno fatto il loro lavoro di acciaio e vetro temprati, i grandi, costosi e fantasmagorici palazzi monumentali e il nuovo assetto urbano per il quale vengono pagati milioni. Quello che è importante, però è che sono passati vent'anni, ci sono ragazze e ragazzi che vanno in discoteca e non hanno mai conosciuto il muro. Insomma, a me è rimasto l'imprinting di un'epoca lontana e della sua clamorosa fine, il crollo del muro, la mote del comunismo, la liberazione in un colpo solo di tutta l'Europa dell'est. Con la conseguente nuova era di opportunità.
Invece, Berlino ti urla in una giornata di sole che la vita non si è fermata il giorno di quell'epocale cambiamento. Anzi, che è già vecchio, già storia, come quei parenti anziani che da bambino continuavano a ossessionarmi di ricordi sulla Seconda guerra mondiale, lontana nella mia mente come la conquista del West, l'unità d'Italia e la giovinezza di Cleopatra.
Siamo tutti reduci di qualcosa. Del crollo del muro, della Pantera, di Falcone e Borsellino, di tangentopoli, dell'Iraq e dell'Afghanistan, del popolo di Seattle e di Genova, dell'11 settembre, di nuovo dell'Afghanistan e dell'Iraq: insomma, fate un po' voi. L'importante, però, è ricordarsi quando scade di farsi ridare il passaporto annullato, per non dimenticare che gli anni passano lo stesso. Anche dalle cose che crediamo mortalmente importanti, di quello che "dopo la vita non sarà più la stessa". In realtà, mi par di capire che la vita non sia mai la stessa d'abitudine.
1 commento:
io sono reduce di piazza fontana
mario
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