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Tom Leighton lancia la provocazione e poi si ferma. Seduto dall’altra parte di un tavolo di una piccola sala per riunioni a Milano, di passaggio prima di visitare dei clienti, sorride: «Il modello del “distributed computing” - dice – cresce, non solo per chi vende apparecchiature di rete come fa Cisco, ad esempio, ma anche per chi fa accelerazione di applicazioni, streaming, proxy, distribuzione di “rich content” come noi».
“Noi” è Akamai Technologies, fondata nell’agosto del 1998, 860 milioni di dollari di fatturato nel 2009, 2mila dipendenti con 550 impegnati in attività di ricerca e sviluppo . «Noi – aggiunge Leighton, che è anche professore di matematica applicata al Mit di Boston, una autorità nello studio degli algoritmi di rete e una dei più rispettati membri della “Special interest group on algorithms and complexity theory” della prestigiosa Association of computer machinery – abbiamo ancora la stessa slide della presentazione usata durante i roadshow di undici anni fa, che descrive il nostro business: ci occupiamo di distribuire contenuti e accelerare le applicazioni con una piattaforma molto distribuita».
Leighton aveva fondato la sua società con il più brillante fra i suoi studenti, Daniel Lewin, insieme al quale aveva realizzato dei rivoluzionari algoritmi per l’ottimizzazione del traffico di dati su Internet. Lewin è scomparso tragicamente a bordo di uno degli aerei dell’11 settembre, mentre il business è andato avanti e Akamai è cresciuta diventando il motore “dietro” alla maggior parte delle trasmissioni attraverso la rete. Sono 73mila i server di Akamai in tutto il mondo che costituiscono la più grande piattaforma diffusa per l’instradamento dinamico dei contenuti via Internet. «La nostra azienda continua a crescere. La cosa che facciamo di più è fare in modo che i nostri clienti, soprattutto in ambito commerciale, non si debbano preoccupare di niente. Sistemi applicativi, piattaforme, sistemi operativi, framework e middleware: lavoriamo con tutto e facciamo funzionare tutto».
Proprio da questa posizione unica di Akamai è possibile avere uno sguardo diverso e più “profondo” sulla trasformazione in corso nella rete: «Internet è inerentemente insicura: lo sono i suoi protocolli. La criminalità lo ha capito e lo sfrutta. L’IPv6, la tecnologia di assegnazione degli indirizzi internet più ampia dell’attuale in esaurimento, è utile per questo. Non serve per dare un indirizzo IP alla spina elettrica o al frigo, ma per poter mantenere l’attuale stile di vita e anzi migliorarlo».
Nel mondo di Akamai Internet sta letteralmente esplodendo: cresce la rete, cresce il numero di server (50 milioni in tutto il mondo, un milione nelle mani della sola Google) e cresce il bisogno di affidabilità, flessibilità, continuità e scalabilità. Nella nuova stratificazione dei fornitori di servizi e di tecnologie, Akamai continua a mantenere un posto di rilievo: «Quel che sta succedendo oggi con il cloud computing noi lo facciamo dalla nostra nascita per missione sociale. Oggi bisogna mettere i server vicini ai clienti dei tuoi clienti. Noi mettiamo i nostri server ovunque. Collaboriamo con tutti, Apple, Google, Cisco, Hp e tutti gli altri. Siamo presenti più nello spazio consumer che non in quello enterprise, ma stiamo entrando anche nelle Intranet, con alleanze con Ibm tra gli altri».
Solo un esempio: il settore dell’editoria, dice Leighton, è innamorato di Akamai. «L’80% dei grandi gruppi usa la nostra tecnologia e servizi. Streaming e accelerazione in rete per giornali e televisioni. Non possiamo fare i nomi, ma parliamo dei quattro quinti dei primi 30 al mondo. Anche in Italia».
Il futuro? «Non ci sarà un apparecchio unico che fa tutto. Invece, ci sono molti fiori che fioriscono: fa parte delle opportunità che vengono con la diversità. Le nicchie producono mille idee. Ci danno più possibilità. Poi alcune tecnologie matureranno di più e dureranno più a lungo. Come Flash contro Html5. La cosa buona della diversità è che stimola la creatività. La cosa meno buona è che ha costi più alti».
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