25.3.12
22.3.12
Sigizmund Krzhizhanovsky, quel genio sconosciuto (da noi)
UNO SCRITTORE UCRAINO di origine polacca che nessuno conosce: Sigizmund Krzhizhanovsky, nato nel 1887 e morto nel 1950, ha scritto "di nascosto" migliaia e migliaia di pagine, inviso al regime comunista che non lo voleva pubblicare e riscoperto solo nel 1989, dopo la caduta del muro. Da noi totalmente inedito, viene parzialmente stampato in America da pochissimo.
Qui ne parla la New York Review of Books. Qui su Wikipedia. Lo vedremo mai tradotto nella nostra lingua?
(Appello agli editori nostrani, che la tradizione filo-russa - intesa come lingua - l'hanno sempre avuta: fatevi avanti!)
The Letter Killers Club
Memories of the Future
Qui ne parla la New York Review of Books. Qui su Wikipedia. Lo vedremo mai tradotto nella nostra lingua?
(Appello agli editori nostrani, che la tradizione filo-russa - intesa come lingua - l'hanno sempre avuta: fatevi avanti!)
The Letter Killers Club
Memories of the Future
18.3.12
11.3.12
10.3.12
Jean Giraud - Moebius (1938-2012)
OGGI È SCOMPARSO uno dei più grandi autori del mondo dell'illustrazione e del fumetto: il francese Jean Giraud, conosciuto anche come Moebius.
5.3.12
Lucio Dalla (1943-2012)
GLI EROI DI cartone, Rai 1972
4.3.12
The Scorpion King voll. 1, 2, 3 (2002, 2008, 2012)
NEL 1999 FANNO un remake della Mummia, un buon film scritto e diretto da Stephen Sommers. Viene talmente bene che nel 2001 fanno un remake. Sembra quasi sia stata ricostituita una mitologia parallela a quella di Indiana Jones. Le cose vanno davvero bene e si pensa di fare addirittura uno spin-off della serie (che proseguirà poi con un terzo sequel nel 2008, questa volta ambientato in Cina e decisamente oltre la misura).Lo spin-off del 2002 prende un personaggio secondario, il mitico Re Scorpione, un re pre-dinastico, antico anche per l'Antico Egitto pre-dinastico, e ne fa il protagonista del primo capitolo, che è oltretutto uno spin-off. In effetti, tutto il film è costruito attorno a Dwayne Johnson (detto The Rock), che è l'ennesimo lottatore di wrestling e/o culturista prestato al cinema. Ne viene fuori un onesto polpettone in cui l'iperrealismo degli effetti speciali che veniva già celebrato nella Mummia adesso la fa da padrone.
Però i risultati non ingranano e, per il sequel dello spin-off si pensa di ripartire ancora da più indietro: letteralmente da Hammurabi, trasformando il Re Scorpione in un mitologico militare che cresce e combatte sfidando la magia, gli dei, incontrando addirittura un bardo greco e innamorandosi di Cassandra. Siamo nel territorio del più puro "peplum", questa volta pensato direttamente per il mercato dell'home video, ci ripensano e il film va nei cinema nel 2008.
Non paghi di aver riazzerato la storia trasformando un re dell'Egitto predinastico in una figura chiave dell'Impero accadico (il più antico impero della storia semplicemente perché il più antico di cui si abbia notizia oggi). Si sovrappongono memorie storiche con invenzioni di sceneggiatura. Si tratteggia la creazione del Re che è anche creato dagli Dei. Si perde però un'ottima occasione: incastrare nel film la storia mitologica di Sargon, figlio di una bellissima sacerdotessa che lo abbandona in un cesto alle acque del Tigri o dell'Eufrate, viene salvato da un povero operaio che lo cresce talmente bene da farlo diventare consigliere del re, al quale poi Sargon si ribella fondando la città di Akkad e il conseguente impero su cui regna per 56 anni unificando tutto il mondo conosciuto, a differenza di Mosé, che pure aveva avuto lo stesso tipo di battesimo dell'acqua.
Ecco, tutto questo non c'è. In compenso c'è questo divertente mix di quasi 5mila anni di storia compressi in un'ottica quasi creazionistica (non ci sono i dinosauri ma ci manca poco: c'è il Minotauro) e new age con l'Ade che è un luogo della mente piuttosto interessante da esplorare perché sembra il punto più forte del lato oscuro della forza sul pianeta Dagobah.
Non appagati dai tre film della Mummia e dai due del Re Scorpione, gli avidi produttori della Universal si gettano a corpo morto nel terzo capitolo del Re Scorpione, una produzione neanche tanto economica ma pensata direttamente per il mercato dell'home video. E questa volta rimane tale. Siamo in un secondo sequel che questa volta segue davvero il primo capitolo del Re Scorpione e getta un ideale ponte con il secondo capitolo della Mummia (dove effettivamente compariva per la prima volta il Re Scorpione). C'è molta indecisione, il racconto prosegue in maniera singolare mettendo accanto al protagonista un guerriero teuteone, trasportando l'Alto Egitto in una specie di Sud-Est Asiatico in cui vagano i ninja, con gli elefanti indiani sempre pronti a combattere e con gli egiziani propriamente detti che sono caucasici e al limite quasi ariani, biondi con gli occhi azzurri, e vestiti come gli antichi romani. Qui il peplum sconfina nella leggenda.Mentre ci sono voci che si prepari un quarto capitolo della Mummia, più o meno con lo stesso cast dell'altra volta, è singolare notare che nel Re Scorpione (la cui saga si auspica sia finita qui) ogni volta c'erano attori diversi. Il protagonista del primo, che interpreta Mathayus dicevo che è Dwayne The Rock Johnson, il secondo (quello che va nell'Ade a prendere la spada di Damocle) è il ben più giovane Michael Copon (ex Power Rangers, sostanzialmente scomparso dopo questo film) contrapposto al superculturista a campione di arti marziali Randy Couture nel ruolo del cattivo (che poi era il ruolo dello stesso Re Scorpione nel secondo film della Mummia) re Sargon.
Il terzo e ultimo capitolo ha come protagonista Victor Webster, accanto a lui c'è un cast demenziale, fatto di ninja, ex campioni di wrestling, gnocca asiatica e chi più ne ha più ne metta. Si va avanti per un'ora e tre quarti in un B movie davvero speciale, degno della fantasia di uno studente delle medie che ha finito il libro di storia antica, ha mangiato tutto lo strudel e si è addormentato guardando le tartarughe ninja mitanti. I nomi si sprecano (nel senso che dentro ci mettono anche Horus, visto che la volta prima era toccato ad Hammurabi), la storia cerca di recuperare i buchi immaginativi creati dai precedenti capitoli e alla fine c'è la sensazione che sia stato girato un film straordinario da qualche altra parte, mentre noi guardavamo questo. Inquietante l'immaginario asiatico che sconfina nel Giappone elettrico dei samurai.
Adesso cosa succederà? Forse faranno un nuovo capitolo della Mummia, forse addirittura riprenderanno in mano questa serie di film con budget progressivamente calanti del Re Scorpione. Chi può dirlo. Era una nicchia, valeva la pena parlarne.
Didn't see that coming...
È DI NUOVO domenica, fa anche più caldo. Garry B. Trudeau pennella ancora una volta il suo Doonesbury.
29.2.12
Giovacchino Antonio Rossini (Pesaro, 29 febbraio 1792 – Parigi, 13 novembre 1868)
COSE CHE SI scoprono ogni quattro anni. Il compositore pesarese noto per il Guglielmo Tell e Il barbiere di Siviglia è nato il 29 febbraio. Bisestilese.
26.2.12
Carpiati, carpiatissimi, carpiatoni
LO SO, LO so. Qui è tutto trascurato. Fare due Doonesbury di fila vuol dire che per una settimana il Posto non è stato presidiato. E quello prima ancora ha solo un altro post nel mezzo. Il fatto è che ci sono cose da fare, carpiati avvitati da saltare, e il Giovane Autore ha da macinare patate prima di avere di nuovo tempo. Senza contare che adesso si scrive tantissimo e tutto gratuitamente, perché tutti gli editori hanno scoperto che i blog generano contenuti e sono un modo carino per dire "non ti pago".
Ma va bene così. Per il momento si procede un po' a vista, perché ho altro da fare. Però manca poco. La rivoluzione arriva dopo Pasqua.
19.2.12
Yup. Good to go.
TORNA IL MOMENTO di Doonesbury poiché è domenica e a quanto pare Garry B. Trudeau è sempre sul pezzo.
17.2.12
La censura di Facebook
FOTO CHE A quanto pare Facebook censura e foto che invece no. È una lista non lunga ma istruttiva...
Money Quote: Images of drunk or unconscious people with stuff drawn on their face will be censored. Which is a surprise, because I see these all the time.
Money Quote: Images of drunk or unconscious people with stuff drawn on their face will be censored. Which is a surprise, because I see these all the time.
12.2.12
10.2.12
La rappresentazione dell'Italia a uso del giovanetto
QUANDO PENSATE ALL'ITALIA, cosa pensate? Ecco l'interpretazione di alcune copertine di riviste, italiane e non. Un paese di giovani innovatori, un paese dove i baby boomers sono ancora una promessa di là da venire...






Argentina, Grecia, Italia
AMO l'ARGENTINA DELL'ETERNAUTA, della pampas, dell'infinita natura, dei grandi viali di Buenos Aires, del vento caldo, dolce che arriva dal mare. Amo la Grecia di Atene, di Creta, del sole che accende la mente dei filosofi e dei pensatori.
Nel dopoguerra questi due paesi sono stati devastati dai più odioso dei destini: il regime dei colonnelli in Grecia, la giunta militare in Argentina.
Noi abbiamo lottato contro i nostri mostri, tenuto a bada le logge massoniche, i golpe di destra, il terrorismo di destra e di sinistra, le brigate rosse e tutto il resto. Tante cose che abbiamo inghiottito, mandato giù, accettato, in una dinamica democratica che oggi tutti paiono aver dimenticato. I partiti politici - Dc e Pci in testa, ma anche Psi e Pri - sono serviti anche e forse soprattutto a questo.
Adesso, con un ex questore in pensione con villetta al Vomero che tiene il busto di Mussolini sulla libreria (tal Nicola Ciocia), scopriamo che eravamo un po' più argentini, un po' più greci di quanto non pensassimo anche noi. Queste non sono stragi di Stato, ma torture dello Stato.
Money Quote: NAPOLI — Per chi lavorava in polizia non c'era niente da scherzare negli anni a cavallo tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta, quando le Brigate Rosse sparavano e lo Stato combatteva contro i gruppi della lotta armata la sua battaglia più difficile. E non scherzava certo l'allora vicequestore Umberto Improta — che del nucleo speciale di investigatori formato dal Viminale per indagare sulle Br fu il capo operativo — quando affibbiò a un suo collega specializzato nel condurre gli interrogatori, il soprannome di professor De Tormentis. Sapeva quello che diceva, Improta, e stando alle denunce (tutte archiviate) presentate in quegli anni da alcuni brigatisti interrogati dal professore, il soprannome sintetizzava bene i suoi metodi di lavoro.
Metodi che, per come li raccontarono i brigatisti che li subirono, e per come li conferma oggi l'ex dirigente della Digos Rino Genova nelle testimonianze rilasciate prima a Nicola Rao, autore del libro «Colpo al cuore» (Sperling & Kupfer), e poi alla trasmissione «Chi l'ha visto?», che l'altro ieri si è occupata del professor De Tormentis, hanno un solo nome: torture. Con la tecnica del waterboarding, per la precisione, e cioè la somministrazione forzata di acqua salata che provoca nella vittima la sensazione dell'annegamento e in qualche caso anche gli effetti
Il programma condotto da Federica Sciarelli ha raccolto anche la testimonianza di Enrico Triaca — br che nel 1978 subì il trattamento della squadra guidata dal professore —. Inoltre ha preferito per ora non diffondere il nome di De Tormentis. Il Corriere sceglie invece di farlo dopo aver avuto conferma di quel soprannome dal diretto interessato.
Il professor De Tormentis si chiama Nicola Ciocia, ha 78 anni, è pugliese di Bitonto ma vive a Napoli, città in cui negli anni Settanta diresse prima la squadra mobile e poi la sezione interregionale Campania e Molise dell'Ispettorato generale antiterrorismo. Dalla polizia si dimise nel 1984 con il grado di questore (non accettò la sede di Trapani) e fino a pochi anni fa ha fatto l'avvocato. Ora si è ritirato del tutto, esce raramente dalla sua casa sulla collina del Vomero, e di sé dice: «Io sono fascista mussoliniano. Per la legalità».
Lo si capirebbe anche se non lo dicesse, fosse solo per il busto del duce che tiene sulla libreria. Ciocia non ammette esplicitamente di aver praticato la tortura, anche se a dire il contrario non sono soltanto Genova e Triaca: agli atti di inchieste mai portate avanti ci sono le denunce di molti brigatisti, come per esempio Ennio Di Rocco, che con la sua confessione consentì vari arresti tra cui quello di Giovanni Senzani e per questo fu condannato a morte dalle Br e ucciso in carcere.
Se — come dicono — era bravo a estorcere ammissioni, Nicola Ciocia lo è altrettanto a schivare le domande dirette. Lo stato italiano praticò la tortura attraverso lei e la sua squadra per sconfiggere le Brigate Rosse? «Le Br hanno fatto stragi, e avrebbero continuato se non fossero state debellate da una azione decisa dello stato». Una azione che si concretizzò anche attraverso i suoi interrogatori? «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l'interrogato sotto il tuo assoluto dominio. Non serve far male fisicamente. Io in vita mia ho dato solo uno schiaffo a un nappista che non voleva dirmi il suo nome».
Ciocia sostiene che «non si può affermare che torturavamo i brigatisti, facendo passare noi per macellai e loro per persone inermi». Arriva a dire che «Di Rocco si mise spontaneamente a disposizione della giustizia», e su Triaca si lascia scappare un ambiguo «lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionavano». E insiste pure: «La lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano, ma io ho fatto sempre e solo il mio dovere, ottenendo a volte risultati e a volte no. Perché non è vero che quei sistemi, quelle pratiche sono sempre efficaci».
«Quei metodi», «quei sistemi», «quelle pratiche»: sembrano tutti modi per non pronunciare la parola tortura. E Ciocia non la pronuncia: «Lo Stato si attivò per difendere la democrazia. I macellai erano loro, non noi».
Fulvio Bufi
Nel dopoguerra questi due paesi sono stati devastati dai più odioso dei destini: il regime dei colonnelli in Grecia, la giunta militare in Argentina.
Noi abbiamo lottato contro i nostri mostri, tenuto a bada le logge massoniche, i golpe di destra, il terrorismo di destra e di sinistra, le brigate rosse e tutto il resto. Tante cose che abbiamo inghiottito, mandato giù, accettato, in una dinamica democratica che oggi tutti paiono aver dimenticato. I partiti politici - Dc e Pci in testa, ma anche Psi e Pri - sono serviti anche e forse soprattutto a questo.
Adesso, con un ex questore in pensione con villetta al Vomero che tiene il busto di Mussolini sulla libreria (tal Nicola Ciocia), scopriamo che eravamo un po' più argentini, un po' più greci di quanto non pensassimo anche noi. Queste non sono stragi di Stato, ma torture dello Stato.
Money Quote: NAPOLI — Per chi lavorava in polizia non c'era niente da scherzare negli anni a cavallo tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta, quando le Brigate Rosse sparavano e lo Stato combatteva contro i gruppi della lotta armata la sua battaglia più difficile. E non scherzava certo l'allora vicequestore Umberto Improta — che del nucleo speciale di investigatori formato dal Viminale per indagare sulle Br fu il capo operativo — quando affibbiò a un suo collega specializzato nel condurre gli interrogatori, il soprannome di professor De Tormentis. Sapeva quello che diceva, Improta, e stando alle denunce (tutte archiviate) presentate in quegli anni da alcuni brigatisti interrogati dal professore, il soprannome sintetizzava bene i suoi metodi di lavoro.
Metodi che, per come li raccontarono i brigatisti che li subirono, e per come li conferma oggi l'ex dirigente della Digos Rino Genova nelle testimonianze rilasciate prima a Nicola Rao, autore del libro «Colpo al cuore» (Sperling & Kupfer), e poi alla trasmissione «Chi l'ha visto?», che l'altro ieri si è occupata del professor De Tormentis, hanno un solo nome: torture. Con la tecnica del waterboarding, per la precisione, e cioè la somministrazione forzata di acqua salata che provoca nella vittima la sensazione dell'annegamento e in qualche caso anche gli effetti
Il programma condotto da Federica Sciarelli ha raccolto anche la testimonianza di Enrico Triaca — br che nel 1978 subì il trattamento della squadra guidata dal professore —. Inoltre ha preferito per ora non diffondere il nome di De Tormentis. Il Corriere sceglie invece di farlo dopo aver avuto conferma di quel soprannome dal diretto interessato.
Il professor De Tormentis si chiama Nicola Ciocia, ha 78 anni, è pugliese di Bitonto ma vive a Napoli, città in cui negli anni Settanta diresse prima la squadra mobile e poi la sezione interregionale Campania e Molise dell'Ispettorato generale antiterrorismo. Dalla polizia si dimise nel 1984 con il grado di questore (non accettò la sede di Trapani) e fino a pochi anni fa ha fatto l'avvocato. Ora si è ritirato del tutto, esce raramente dalla sua casa sulla collina del Vomero, e di sé dice: «Io sono fascista mussoliniano. Per la legalità».
Lo si capirebbe anche se non lo dicesse, fosse solo per il busto del duce che tiene sulla libreria. Ciocia non ammette esplicitamente di aver praticato la tortura, anche se a dire il contrario non sono soltanto Genova e Triaca: agli atti di inchieste mai portate avanti ci sono le denunce di molti brigatisti, come per esempio Ennio Di Rocco, che con la sua confessione consentì vari arresti tra cui quello di Giovanni Senzani e per questo fu condannato a morte dalle Br e ucciso in carcere.
Se — come dicono — era bravo a estorcere ammissioni, Nicola Ciocia lo è altrettanto a schivare le domande dirette. Lo stato italiano praticò la tortura attraverso lei e la sua squadra per sconfiggere le Brigate Rosse? «Le Br hanno fatto stragi, e avrebbero continuato se non fossero state debellate da una azione decisa dello stato». Una azione che si concretizzò anche attraverso i suoi interrogatori? «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l'interrogato sotto il tuo assoluto dominio. Non serve far male fisicamente. Io in vita mia ho dato solo uno schiaffo a un nappista che non voleva dirmi il suo nome».
Ciocia sostiene che «non si può affermare che torturavamo i brigatisti, facendo passare noi per macellai e loro per persone inermi». Arriva a dire che «Di Rocco si mise spontaneamente a disposizione della giustizia», e su Triaca si lascia scappare un ambiguo «lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionavano». E insiste pure: «La lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano, ma io ho fatto sempre e solo il mio dovere, ottenendo a volte risultati e a volte no. Perché non è vero che quei sistemi, quelle pratiche sono sempre efficaci».
«Quei metodi», «quei sistemi», «quelle pratiche»: sembrano tutti modi per non pronunciare la parola tortura. E Ciocia non la pronuncia: «Lo Stato si attivò per difendere la democrazia. I macellai erano loro, non noi».
Fulvio Bufi
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