ULTIMA DOMENICA DI gennaio del 2016, come al solito con Gary B. Trudeau e il suo Doonesbury
31.1.16
28.1.16
The Shannara Chronicles (Season 1 Ep.1-5)
SIAMO ARRIVATI AL quinto episodio di questa serie che ha luci ed ombre. Le luci: un fantasy per di più basato su una delle serie più popolari di sempre, i cicli di Shannara creati dallo scrittore americano Terry Brooks (io pensavo fosse una donna, poi ho scoperto che in realtà si chiama “Terence”: pensa te!) e anche ben prodotto.
The Shannara Chronicles offre infatti ambientazioni notevoli: il presupposto è un mondo fantasy post-apocalisse nucleare (o altro) che si basa sulla post-posizione delle categorie alle quali siamo abituati: elfi, gnomi, nani e demoni arrivano dopo, e sono sostanzialmente mutazioni, e non prima del nostro tempo. Interessante.
La storia di questo mondo è ampia e tutt’altro che scontata, anzi ricca di sfumature. Quasi impossibile rendicontarla qui. Però, siccome è un fantasy che nasce dopo che il mondo ha conosciuto Tolkien, c’è una componente che lega anche Shannara come una foglia al grande albero dei romanzi in cui al centro c’è una “cerca”, una “quest”, con una compagnia più o meno bene assortita e bendisposta che si incammina per realizzare gli obiettivi di questa “cerca”. E la cosa non è affatto un male.
Gli scenografi hanno avuto soldi a disposizione: non tantissimi ma comunque hanno fatto un buon lavoro sposando Nuova Zelanda con strutture e panorami. Gli interni sono un po’ più deboli, ma la presenza di effetti speciali digitali a buon mercato ma di qualità decisamente alta hanno consentito di fare proprio un buon lavoro. Si capisce raramente e solo a tratti che in realtà i soldi sono relativamente molto pochi e che gli attori recitano sempre nei soliti tre o quattro posti.
Invece gli attori sono la forza e il problema. La forza perché parte del casting è stato super-azzeccato: soprattutto il re degli elfi e alcuni dei personaggi di quel mondo sono davvero notevoli. I comprimari tendono ad essere un po’ sfumati. Il druido è sorprendente (un bestione non tatuato ma “cicatrizzato” e piuttosto post-apocalittico) secondo me ci sta. I tre protagonisti invece… Le due ragazze sono ovviamente belle, sia la principessa che la ladra, ma lo sono in maniera da dramma “teen”. E la stessa cosa per il protagonista, faccia smunta ma fisico statuario ben nascosto che emerge nei momento di spogliarello (bagno, avventure di letto). Il punto principale è che siamo entrati in area drammone di genere adolescenziale: più che i demoni sono gli ormoni il vero punto dei nostri eroi.
Siamo vicini vicini a Beverly Hills 90210, a Dawson’s Creek, a The O.C., per focalizzarci anche su Buffy l’ammazzavampiri, Roswell, Smallville. Alcuni sono capolavori, altri tavanate pazzesche. Nel complesso, abbastanza discutibili come impostazione per la fruibilità della storia se avete superato i 17 anni.
In realtà, la mia sensazione è che The Shannara Chronicles sia più che altro un mix furbetto tra due cicli di film, Hunger Games e Divergent da un lato con Game of Thrones dall’altro.
Del secondo elemento prende il desiderio di “mordere” lo spettatore e un po’ di politica (la quinta puntata da questo punto di vista è abbastanza sorprendente, anche per come la trama si impenna alla Game of Thrones) e dei primi prende gli ormoni e le limonate dure ma sostanzialmente caste (a differenza dei primi episodi della prima stagione del già citato Game of Thrones, dove si faceva sesso senza ragione. Cioè, ragioni per fare sesso ce ne sono in realtà di sufficienti nell’atto stesso, ovviamente, ma nella fiction la tradizione vuole che ci sia un motivo quando succede qualcosa, e in quella serie si trombava tanto e a gratis, dal punto di vista della trama.
Il vero peccato mortale, considerando la struttura delle storie, è il loro essere vecchie: nell’epoca di Netflix i cliffhanger non hanno più senso. La serie tv settimanale, in cui l’eroe era appeso alla scogliera per la punta della dita, prossimo a una fine drammatica, aveva bisogno di questo meccanismo retorico per spingere lo spettatore a sintonizzarsi anche la settimana dopo sul canale e vedere come si risolveva la cosa. E si risolveva come una bolla di sapone che scoppia: in trenta secondi l’eroe si salva sempre e poi si parla di tutt’altro, perché ogni episodio deve essere in realtà autoconclusivo e l’arco della storia con il segno più marcato è quello della singola puntata, mentre la stagione è segnata con un filo sottile, praticamente un lapis quasi invisibile.
Netflix e comunque un consumo delle serie televisive basato sul download istantaneo di tutta una stagione ha completamente cambiato questo approccio. La serie televisiva è diventata più simile a uno sceneggiato, fatto di una decina di puntate in media (sono le sitcom come The Big Bang Theory ad avere 25–30 puntate di venti minuti effettivi a stagione), e per questa ragione non ha più senso il cliffhanger. Per questo non finiscono con un cliffhanger le puntate di House of cards oppure di Sense8 (quest’ultima non mi è piaciuta) e prevale invece la logica del capitolo di un libro o del volume di una saga.
Su questa base strutturale ecco che pare chiaro che The Shannara Chronicles parte già vecchio. Sorprenderà la sua storia, la caratterizzazione dei personaggi, lo sviluppo degli ambienti, certe soluzioni stilistiche, ma l’impianto è segnato da questa impostazione decisamente datata. Peccato. E peccato anche che il trattamento sia - almeno per ora - così tristemente adolescenziale.
The Shannara Chronicles offre infatti ambientazioni notevoli: il presupposto è un mondo fantasy post-apocalisse nucleare (o altro) che si basa sulla post-posizione delle categorie alle quali siamo abituati: elfi, gnomi, nani e demoni arrivano dopo, e sono sostanzialmente mutazioni, e non prima del nostro tempo. Interessante.
La storia di questo mondo è ampia e tutt’altro che scontata, anzi ricca di sfumature. Quasi impossibile rendicontarla qui. Però, siccome è un fantasy che nasce dopo che il mondo ha conosciuto Tolkien, c’è una componente che lega anche Shannara come una foglia al grande albero dei romanzi in cui al centro c’è una “cerca”, una “quest”, con una compagnia più o meno bene assortita e bendisposta che si incammina per realizzare gli obiettivi di questa “cerca”. E la cosa non è affatto un male.
Gli scenografi hanno avuto soldi a disposizione: non tantissimi ma comunque hanno fatto un buon lavoro sposando Nuova Zelanda con strutture e panorami. Gli interni sono un po’ più deboli, ma la presenza di effetti speciali digitali a buon mercato ma di qualità decisamente alta hanno consentito di fare proprio un buon lavoro. Si capisce raramente e solo a tratti che in realtà i soldi sono relativamente molto pochi e che gli attori recitano sempre nei soliti tre o quattro posti.
Invece gli attori sono la forza e il problema. La forza perché parte del casting è stato super-azzeccato: soprattutto il re degli elfi e alcuni dei personaggi di quel mondo sono davvero notevoli. I comprimari tendono ad essere un po’ sfumati. Il druido è sorprendente (un bestione non tatuato ma “cicatrizzato” e piuttosto post-apocalittico) secondo me ci sta. I tre protagonisti invece… Le due ragazze sono ovviamente belle, sia la principessa che la ladra, ma lo sono in maniera da dramma “teen”. E la stessa cosa per il protagonista, faccia smunta ma fisico statuario ben nascosto che emerge nei momento di spogliarello (bagno, avventure di letto). Il punto principale è che siamo entrati in area drammone di genere adolescenziale: più che i demoni sono gli ormoni il vero punto dei nostri eroi.
Siamo vicini vicini a Beverly Hills 90210, a Dawson’s Creek, a The O.C., per focalizzarci anche su Buffy l’ammazzavampiri, Roswell, Smallville. Alcuni sono capolavori, altri tavanate pazzesche. Nel complesso, abbastanza discutibili come impostazione per la fruibilità della storia se avete superato i 17 anni.
In realtà, la mia sensazione è che The Shannara Chronicles sia più che altro un mix furbetto tra due cicli di film, Hunger Games e Divergent da un lato con Game of Thrones dall’altro.
Del secondo elemento prende il desiderio di “mordere” lo spettatore e un po’ di politica (la quinta puntata da questo punto di vista è abbastanza sorprendente, anche per come la trama si impenna alla Game of Thrones) e dei primi prende gli ormoni e le limonate dure ma sostanzialmente caste (a differenza dei primi episodi della prima stagione del già citato Game of Thrones, dove si faceva sesso senza ragione. Cioè, ragioni per fare sesso ce ne sono in realtà di sufficienti nell’atto stesso, ovviamente, ma nella fiction la tradizione vuole che ci sia un motivo quando succede qualcosa, e in quella serie si trombava tanto e a gratis, dal punto di vista della trama.
Il vero peccato mortale, considerando la struttura delle storie, è il loro essere vecchie: nell’epoca di Netflix i cliffhanger non hanno più senso. La serie tv settimanale, in cui l’eroe era appeso alla scogliera per la punta della dita, prossimo a una fine drammatica, aveva bisogno di questo meccanismo retorico per spingere lo spettatore a sintonizzarsi anche la settimana dopo sul canale e vedere come si risolveva la cosa. E si risolveva come una bolla di sapone che scoppia: in trenta secondi l’eroe si salva sempre e poi si parla di tutt’altro, perché ogni episodio deve essere in realtà autoconclusivo e l’arco della storia con il segno più marcato è quello della singola puntata, mentre la stagione è segnata con un filo sottile, praticamente un lapis quasi invisibile.
Netflix e comunque un consumo delle serie televisive basato sul download istantaneo di tutta una stagione ha completamente cambiato questo approccio. La serie televisiva è diventata più simile a uno sceneggiato, fatto di una decina di puntate in media (sono le sitcom come The Big Bang Theory ad avere 25–30 puntate di venti minuti effettivi a stagione), e per questa ragione non ha più senso il cliffhanger. Per questo non finiscono con un cliffhanger le puntate di House of cards oppure di Sense8 (quest’ultima non mi è piaciuta) e prevale invece la logica del capitolo di un libro o del volume di una saga.
Su questa base strutturale ecco che pare chiaro che The Shannara Chronicles parte già vecchio. Sorprenderà la sua storia, la caratterizzazione dei personaggi, lo sviluppo degli ambienti, certe soluzioni stilistiche, ma l’impianto è segnato da questa impostazione decisamente datata. Peccato. E peccato anche che il trattamento sia - almeno per ora - così tristemente adolescenziale.
24.1.16
Palermo Shooting (2008)
LA MORTE VIVE e ama la fotografia. Ed ha anche opinioni sul rapporto tra analogico e digitale, “un invito aperto a ogni manipolazione”.
Nel 2008 è uscito Palermo Shooting, film di Wim Wenders che mescola tedesco e inglese con un goccio di italiano. Vederlo in lingua originale permette di seguirlo (la seconda parte, ambientata a Palermo, è tutta in inglese) ma per certo qualcosa si perde se non si conosce il tedesco.
È un film singolare, minore a dir poco. È la storia di Finn, fotografo di successo tedesco che cerca di ridare un senso alla propria vita, perché si sente perduto.
Interpretato da un discutibile Campino (una sorta di rock star punk tedesca, originariamente si chiamava Andreas Frege, ed è il leader dei Die Toten Hosen) e da una Giovanna Mezzogiorno sottotono, il film ha un effetto irreale. Sembra un film amatorial, con una regia pulita ma non convincente, con una storia in qualche modo avvitata su se stessa. Finn sogna, e i suoi sogni avvengono perché si addormenta un po’ da tutte le parti (soprattutto per la strada) neanche fosse narcolettico. Insegue la morte dopo che questa ha inseguito lui, ma in realtà tutto avviene per caso e in modo svincolato dalla sua vita “vuota”.
C’è Dennis Hopper (interpreta la Morte) in una delle sue ultime apparizioni. Il viso è quello di un vecchio. E poi ci sono i camei di un po’ di amici di Wenders: Milla Jovovich, Peter Lindbergh, Lou Reed, Letizia Battaglia (che parla serenamente in italiano).
Non è un brutto film, anzi. La migliore chiave di lettura forse è che si tratta di un grande omaggio alla fotografia e ai fotografi. E poi Campino vaga per Palermo con una delle macchine più sexy della storia recente della pellicola: una Makina 67 della tedesca Plaubel (realizzata in Giappone). Una macchina medio formato a telemetro che scatta immagini sei per sette e che fa venire voglia di prenderla subito: c’è un relativo culto feticistico per questo apparecchio non eccezionalmente costoso e molto particolare (addirittura è solo la Morte a chiamare la macchina con il suo nome). Ma questa è un’altra storia.
Vale la pena vedere il film? Alla fine sì, aì, anche se non è il capolavoro di Wenders.
Nel 2008 è uscito Palermo Shooting, film di Wim Wenders che mescola tedesco e inglese con un goccio di italiano. Vederlo in lingua originale permette di seguirlo (la seconda parte, ambientata a Palermo, è tutta in inglese) ma per certo qualcosa si perde se non si conosce il tedesco.
È un film singolare, minore a dir poco. È la storia di Finn, fotografo di successo tedesco che cerca di ridare un senso alla propria vita, perché si sente perduto.
Interpretato da un discutibile Campino (una sorta di rock star punk tedesca, originariamente si chiamava Andreas Frege, ed è il leader dei Die Toten Hosen) e da una Giovanna Mezzogiorno sottotono, il film ha un effetto irreale. Sembra un film amatorial, con una regia pulita ma non convincente, con una storia in qualche modo avvitata su se stessa. Finn sogna, e i suoi sogni avvengono perché si addormenta un po’ da tutte le parti (soprattutto per la strada) neanche fosse narcolettico. Insegue la morte dopo che questa ha inseguito lui, ma in realtà tutto avviene per caso e in modo svincolato dalla sua vita “vuota”.
C’è Dennis Hopper (interpreta la Morte) in una delle sue ultime apparizioni. Il viso è quello di un vecchio. E poi ci sono i camei di un po’ di amici di Wenders: Milla Jovovich, Peter Lindbergh, Lou Reed, Letizia Battaglia (che parla serenamente in italiano).
Non è un brutto film, anzi. La migliore chiave di lettura forse è che si tratta di un grande omaggio alla fotografia e ai fotografi. E poi Campino vaga per Palermo con una delle macchine più sexy della storia recente della pellicola: una Makina 67 della tedesca Plaubel (realizzata in Giappone). Una macchina medio formato a telemetro che scatta immagini sei per sette e che fa venire voglia di prenderla subito: c’è un relativo culto feticistico per questo apparecchio non eccezionalmente costoso e molto particolare (addirittura è solo la Morte a chiamare la macchina con il suo nome). Ma questa è un’altra storia.
Vale la pena vedere il film? Alla fine sì, aì, anche se non è il capolavoro di Wenders.
17.1.16
10.1.16
3.1.16
Joe McCarthy?
DOMENICA FREDDA, INVERNALE, quasi nevosa: la prima dell'anno nuovo 2016. Con Doonesbury di Garry B. Trudeau, come al solito
27.12.15
See you later
CI SIAMO, QUESTO è l'ultimo Doonesbury dell'anno. Anche questa domenica è andata, con Garry B. Trudeau. E due: il 27/12 è l'altra gran bella giornata dopo il 2/3...
20.12.15
Gulp!
ECCOCI, SIAMO ALLA domenica prima di Natale. Fa anche una dose ragionevole di freddo. In preparazione degli auguri, torna Doonesbury di Garry B. Trudeau.
13.12.15
6.12.15
Seems risky.
DOMENICA FREDDA, DI sole e di gran code a Firenze e poi a Bergamo. Con Doonesbury di Garry B. Trudeau come al solito, però.
30.11.15
Vivian Maier. Una fotografa ritrovata (2015-2016)
È ARRIVATA A Milano la selezione delle foto di Vivian Maier, la babysitter fotografa sconosciuta per tutta la sua vita che, da pochissimi anni, sta godendo di notevole fortuna postuma.
Nella mostra allo Spazio Forma Meravigli ci sono 120 scatti in bianco e nero presi fra gli anni cinquanta e sessanta assieme ad alcune (poche) foto a colori (a occhio, Ektachrome) scattate negli anni settanta, più un paio di filmati in super 8 che durano circa quindici minuti. È una goccia nel mare dei 150mila rullini, soprattutto Tri-X bianco e nero, sviluppati solo in parte che la donna aveva accumulato in una vita di scatti (prevalentemente tra Chicago e New York, ma anche in altre parti degli Stati Uniti e del mondo, durante vacanze e viaggi vari) e che sono state ritrovate quando è stato messo all’asta uno dei depositi (gli storage tutti americani, veri e propri "hotel delle cose").
Gli scatti di Vivian Maier e il successo di questa donna morta in povertà senza che nessuno si fosse mai accorto di lei hanno stupito molti. C’è una attrazione quasi ipnotica esercitata soprattutto dalle immagini in bianco e nero (riprese in medio formato 6x6 con delle Rolleiflex e poi con una Leica IIIc e varie altre: Exakta di Ihagee, Contarex di Zeiss, qualcuna delle prime reflex), il gusto della riscoperta di panorami urbani e gente comune che visti con la lente del tempo diventano straordinari (sull’effetto “macchina del tempo” della fotografia ne parla abbondantemente Susan Sontag in uno dei suoi saggi), ma c’è anche qualcosa di più.
Tecnicamente le immagini della Maier sono molto ben fatte: lei era dotata e aveva un esposimetro al posto degli occhi. La maggior parte delle sue immagini sono scatti al volo in strada, giocando con aperture molto serrate per avere più profondità di campo e tempi alti per azzerare il movimento, anche per questo le immagini sono prevalentemente all’ora di pranzo in giorni assolati. Le sue composizioni sono fresche, in ognuna delle immagini scelte per la pubblicazione c’è una piccola storia, un particolare, un abbozzo di narrazione. In parte, come detto, perché sembrano uscite da una macchina del tempo, ma in parte anche perché aveva un occhio genuino per le scene, i bozzetti, i quadri di vita. Immagini pittoresche nel senso migliore della parola (e in mancanza di un equivalente che non faccia riferimento alla pittura ma alla fotografia).
E in parte perché c’è quel bianco e nero - le immagini più celebri sono infatti quelle dell’immediato dopoguerra – che racconta molto anche all’estetica del nostro tempo. Da qualche anno infatti nell’aria del nostro tempo la fotografia è cambiata. Prima l’immagine si era tramutata in selfie, in scatti estemporanei con il telefonino e in costante manipolazione dei colori e delle forme, in ritocchi iper-realistici e surreali al tempo stesso, come l’uso estremo dell’HDR. Adesso c’è il ritorno alla purezza del bianco e nero, alla ricerca dell’originalità della pellicola, alla freschezza del racconto di strada che immortala noialtri esseri umani, fiocchi di neve unici nelle nostre manifestazioni anche temporali.
Il bianco e nero è anche il confine dove la fotografia torna ad essere originale e fedele a se stessa, dato che il video non ha il coraggio di varcare quella soglia. Su Instagram, Pinterest e Facebook i cultori del bianco e nero si moltiplicano e la Leica, quando cinque anni fa ha lanciato l’unica macchina fotografica digitale attualmente sul mercato capace di scattare solo immagini in bianco e nero (Leica M Monochrom) ha incontrato un successo insperato. Il bianco e nero conta e Vivian Maier incarna lo spirito di quell’estetica.
Il successo della fotografa newyorkese, un po’ figlia anche dell’avida speculazione dei suoi curatori postumi, dipende secondo me da questo: genuina, vera, non costruita, ruspante, artigianale e soprattutto in bianco e nero, ultimo confine dell’immagine genuina, vera, ruspante, non manipolata.
Non siamo noi ad aver ritrovato Vivian Maier, insomma, ma è lei che è sempre stata lì, e noi ci siamo riavvicinati solo adesso a quella parte della nostra estetica.
Un’ultima nota sulle immagini. Le stampe esposte in Italia sono di buona qualità ma niente di eccezionale. È strepitosa invece la resa delle immagini scattate, soprattutto la ricchezza dei toni e la definizione dei bianco e nero nei 6x6 scattati con la Rollei. Cioè, sono strepitose se nessuno ha mai visto uno scatto in medio formato fatto con una buona macchina.
La “stranezza” di Vivian Maier l’ha fatta restare fedele al medio formato a lungo, quando molti se non tutti, comprese le grandi riviste di illustrazione (e i primi rotocalchi) viravano con decisione sul piccolo formato (la pellicola 35mm in rapporto 24x36), chiudendoci in uno spazio visivo angusto, ristretto, faticoso. Oggi gli ultimi epigoni del medio formato dicono e ripetono che non è la stessa cosa, che gli scatti fatti su un negativo di sei centimetri per sei centimetri sono unici, straordinari, potenti. Ma neanche gli appassionati di pellicola li ascoltano, li considerano invece una strana tribù sicuramente minoritaria. E fanno male, perché gli scatti su negativo da 2,4 centimetri per 3,6 centimetri, con bordi traforati (è pellicola cinematografica messa per orizzontale, alla fine), non ce la possono fare se non perdendo molto in qualità e ricchezza.
Il successo di Vivian Maier sta anche qui, secondo me. La Maier, con grande economia di gesti, ha fatto immagini ricchissime e potenti. E noi la interpretiamo non solo per il bianco e nero (che conserva ed esalta l’immagine, oltre a perdonare molte ingenuità dello scatto in fase di stampa) ma anche per il respiro, la luce e la profondità dei suoi scatti. Noi, popolo di nani prigionieri di formati di dimensioni piccole e piccolissime soprattutto nel digitale (che droghiamo di pixel ma che in realtà ha piattezza straordinaria), non siamo più abituati a vedere la magnificenza che il medio formato è stato in grado di regalare a due generazioni di fotografi e osservatori. È un peccato, e uno dei motivi per cui secondo me Vivian Maier ci stupisce tanto.
(Spazio Forma Meravigli, Milano, fino al 31 gennaio 2016)
Nella mostra allo Spazio Forma Meravigli ci sono 120 scatti in bianco e nero presi fra gli anni cinquanta e sessanta assieme ad alcune (poche) foto a colori (a occhio, Ektachrome) scattate negli anni settanta, più un paio di filmati in super 8 che durano circa quindici minuti. È una goccia nel mare dei 150mila rullini, soprattutto Tri-X bianco e nero, sviluppati solo in parte che la donna aveva accumulato in una vita di scatti (prevalentemente tra Chicago e New York, ma anche in altre parti degli Stati Uniti e del mondo, durante vacanze e viaggi vari) e che sono state ritrovate quando è stato messo all’asta uno dei depositi (gli storage tutti americani, veri e propri "hotel delle cose").
Gli scatti di Vivian Maier e il successo di questa donna morta in povertà senza che nessuno si fosse mai accorto di lei hanno stupito molti. C’è una attrazione quasi ipnotica esercitata soprattutto dalle immagini in bianco e nero (riprese in medio formato 6x6 con delle Rolleiflex e poi con una Leica IIIc e varie altre: Exakta di Ihagee, Contarex di Zeiss, qualcuna delle prime reflex), il gusto della riscoperta di panorami urbani e gente comune che visti con la lente del tempo diventano straordinari (sull’effetto “macchina del tempo” della fotografia ne parla abbondantemente Susan Sontag in uno dei suoi saggi), ma c’è anche qualcosa di più.
Tecnicamente le immagini della Maier sono molto ben fatte: lei era dotata e aveva un esposimetro al posto degli occhi. La maggior parte delle sue immagini sono scatti al volo in strada, giocando con aperture molto serrate per avere più profondità di campo e tempi alti per azzerare il movimento, anche per questo le immagini sono prevalentemente all’ora di pranzo in giorni assolati. Le sue composizioni sono fresche, in ognuna delle immagini scelte per la pubblicazione c’è una piccola storia, un particolare, un abbozzo di narrazione. In parte, come detto, perché sembrano uscite da una macchina del tempo, ma in parte anche perché aveva un occhio genuino per le scene, i bozzetti, i quadri di vita. Immagini pittoresche nel senso migliore della parola (e in mancanza di un equivalente che non faccia riferimento alla pittura ma alla fotografia).
E in parte perché c’è quel bianco e nero - le immagini più celebri sono infatti quelle dell’immediato dopoguerra – che racconta molto anche all’estetica del nostro tempo. Da qualche anno infatti nell’aria del nostro tempo la fotografia è cambiata. Prima l’immagine si era tramutata in selfie, in scatti estemporanei con il telefonino e in costante manipolazione dei colori e delle forme, in ritocchi iper-realistici e surreali al tempo stesso, come l’uso estremo dell’HDR. Adesso c’è il ritorno alla purezza del bianco e nero, alla ricerca dell’originalità della pellicola, alla freschezza del racconto di strada che immortala noialtri esseri umani, fiocchi di neve unici nelle nostre manifestazioni anche temporali.
Il bianco e nero è anche il confine dove la fotografia torna ad essere originale e fedele a se stessa, dato che il video non ha il coraggio di varcare quella soglia. Su Instagram, Pinterest e Facebook i cultori del bianco e nero si moltiplicano e la Leica, quando cinque anni fa ha lanciato l’unica macchina fotografica digitale attualmente sul mercato capace di scattare solo immagini in bianco e nero (Leica M Monochrom) ha incontrato un successo insperato. Il bianco e nero conta e Vivian Maier incarna lo spirito di quell’estetica.Il successo della fotografa newyorkese, un po’ figlia anche dell’avida speculazione dei suoi curatori postumi, dipende secondo me da questo: genuina, vera, non costruita, ruspante, artigianale e soprattutto in bianco e nero, ultimo confine dell’immagine genuina, vera, ruspante, non manipolata.
Non siamo noi ad aver ritrovato Vivian Maier, insomma, ma è lei che è sempre stata lì, e noi ci siamo riavvicinati solo adesso a quella parte della nostra estetica.
Un’ultima nota sulle immagini. Le stampe esposte in Italia sono di buona qualità ma niente di eccezionale. È strepitosa invece la resa delle immagini scattate, soprattutto la ricchezza dei toni e la definizione dei bianco e nero nei 6x6 scattati con la Rollei. Cioè, sono strepitose se nessuno ha mai visto uno scatto in medio formato fatto con una buona macchina.
La “stranezza” di Vivian Maier l’ha fatta restare fedele al medio formato a lungo, quando molti se non tutti, comprese le grandi riviste di illustrazione (e i primi rotocalchi) viravano con decisione sul piccolo formato (la pellicola 35mm in rapporto 24x36), chiudendoci in uno spazio visivo angusto, ristretto, faticoso. Oggi gli ultimi epigoni del medio formato dicono e ripetono che non è la stessa cosa, che gli scatti fatti su un negativo di sei centimetri per sei centimetri sono unici, straordinari, potenti. Ma neanche gli appassionati di pellicola li ascoltano, li considerano invece una strana tribù sicuramente minoritaria. E fanno male, perché gli scatti su negativo da 2,4 centimetri per 3,6 centimetri, con bordi traforati (è pellicola cinematografica messa per orizzontale, alla fine), non ce la possono fare se non perdendo molto in qualità e ricchezza.
Il successo di Vivian Maier sta anche qui, secondo me. La Maier, con grande economia di gesti, ha fatto immagini ricchissime e potenti. E noi la interpretiamo non solo per il bianco e nero (che conserva ed esalta l’immagine, oltre a perdonare molte ingenuità dello scatto in fase di stampa) ma anche per il respiro, la luce e la profondità dei suoi scatti. Noi, popolo di nani prigionieri di formati di dimensioni piccole e piccolissime soprattutto nel digitale (che droghiamo di pixel ma che in realtà ha piattezza straordinaria), non siamo più abituati a vedere la magnificenza che il medio formato è stato in grado di regalare a due generazioni di fotografi e osservatori. È un peccato, e uno dei motivi per cui secondo me Vivian Maier ci stupisce tanto.
(Spazio Forma Meravigli, Milano, fino al 31 gennaio 2016)
29.11.15
Gli strilloni (Newsies, 1992)
UN MUSICAL BASATO sullo sciopero degli strilloni di New York del 1899, che nasce come film della Disney (fu il quarto film dell’allora giovanissimo Christian Bale) e che floppò sul grande schermo. Invece, l’adattamento per il teatro di Newsies andò talmente bene da vincere due Tony Awards e iniziare un lungo cammino come spettacolo a giro per il mondo.Sono andato a vederlo l’altra sera nell’allestimento italiano che non è affatto male (Teatro Nazionale di Milano dal 31 ottobre al 27 dicembre). Ottima scenografia e giochi di luci, la musica non è mai stata il pezzo forte di questo prodotto ma non è malaccio con una esecuzione live più che onesta, invece è piuttosto discontinuo il cast: non mi è piaciuta Giulia Fabbri, ho trovato “così così” Roberto Tarsi e Andrea Fazio (un po’ troppo di maniera, come Simona Patitucci: però Fazio e Patitucci cantano da dio) e ottimo invece Flavio Gismondi. Sono perplesso per quanto riguarda Simone Leonardi, il signor Pulitzer, che nella seconda parte dovrebbe crescere e rubare la scena a Gismondi ma a pelle sento che non ha il passo giusto, o forse non era in serata quando sono andato io.
Una nota a parte per Patrick Saponaro (il piccolo Les Baum nel cast della mia serata) e gli strilloni, che sono notevoli davvero. Saponaro sta sul palco con naturalezza e fa tutto quel che deve molto bene, mentre le coreografie e i balletti degli strilloni sono belli e ben calibrati: né troppi né troppo pochi. Davvero bravi loro come gruppo, non tutte le voci sono da cantante ma le caratterizzazioni sono forti lo stesso e si sorride: vuol dire che fanno bene. Carine anche le ragazze (Chiara Vecchi e Martina Cenere) che con ironia deliziosa passano da suore di carità a bellezze del varietà (e altro). il cast è più lungo, ma sorvolo per ragioni di spazio: i volti però li trovate tutti sul sito dello spettacolo.
Inoltre, non ho caratterizzato apposta i personaggi perché non amo entrare nel vivo delle trame: gli spettacoli è bello scoprirli andandoli a vedere senza spoiler (almeno, IMHO). Il presupposto però è semplice: nell’estate del 1899 gli strilloni di New York, per la maggior parte senzacasa che cercano di sopravvivere vendendo giornali che devono acquistare dai magnati della carta stampata e sui quali non hanno resi (cioè, se non vendono ci rimettono loro), entrano in sciopero. Da una parte centinaia di ragazzini di tutti i quartieri di New York City, dall’altra Joseph Pulitzer e William Randolph Hearst, grandi editori della stampa popolare newyorkese, veri e propri kingmakers a metà fra industria e politica. Il resto, come si dice, è storia. L’adattamento disneyano è fantasioso nello svolgimento ma fedele nei presupposti e nei risultati.
La fantasia della storia, nello sviluppo di Bob Tzudiker e Noni White, è ben fatta. Le coreografie di Gillian Bruce (e per l’Italia le scenografie di Silvia Silvestri) sono notevoli, il libretto è adattato molto bene, scorre benissimo a mio avviso (brava Alice Mistroni che l’ha tradotto e adattato) e i testi in italiano delle canzoni sono stati scritti da Franco Travaglio che li ha sostanzialmente azzeccati tutti. Ripeto, le musiche di Alan Menken non sono memorabili ma vanno via lisce lo stesso. La regia italiana di Federico Bellone tiene tutto assieme ottimamente e mi è piaciuta. È il pezzo forte, a mio avviso, perché fa girare alla perfezione una macchina il cui principale rischio è di essere dispersiva o fuori sincrono (rischio di tutti i musical).
Alla fine, il consiglio è andare a vederlo: il musical in Italia sta vivendo da quindici anni una nuova vita e Newsies tiene alta la qualità del genere, con una storia che non è scontata o uno dei soliti “classiconi”. Bello.
28.11.15
2015-16
UN PO’ DI tempo fa, nella rubrica all’incirca mensile che tengo su Fumettologica, ho scritto di Spazio 1999. Un pezzo che ha suscitato un certo interesse. Segnalo altri due articoli (non miei) da quel sito: L’eredità colossale di Ghost in the Shell (gigantesca opera manga e anime) e i 18 consigli di Moebius per fare fumetto, che andrebbero incorniciati a prescindere da quel che fate.
Cambiando argomento: terrorismo, Francia, guerra all’Isis. Cos’è in realtà? Lo storico Franco Cardini si fa delle domande al riguardo, spiegando che questa volta è molto diverso dalla guerra a Osama Bin Laden. Il Guardian analizza l’utilizzo degli attentati di Parigi come strumento per limitare le libertà dei cittadini e sostanzialmente fare altro piuttosto che non la lotta al terrorismo. E intanto si allarga il problema dei migranti, a partire dalla protesta al confine greco con decine di uomini che si sono “cuciti” letteralmente la bocca. E poi il problema dei rifugiati siriani in America, che un po’ sta scuotendo anche le coscienze di un paese costruito sull’immigrazione.
Altra direzione di pensiero: le 10 librerie e biblioteche nascoste da scoprire a Milano. Il “brutto problema” della nuova Apple Tv e l’ipotetica soluzione (mica bella anche quella). Storie strane, come quelle delle donne fidanzate o compagne di poliziotti undercover che non sapevano niente della copertura dei loro uomini. Il terribile segreto della vita, che non è giusta con noi (ma va?!) e di Internet, che crea dipendenza (e forse la dovremmo considerare alla pari di una sostanza da regolamentare).
Se il posto di lavoro va nel cloud e diventa un servizio erogato via internet, un microscopico (e super economico: 5 dollari) Raspberry Pi Zero, lo strano caso del Sony Hack, imparare a fare codice scrivendolo grazie a un corso online, solita pappardella all’americana suoi segreti per essere un buon capo (sono fissati), il crescente problema dell’interfaccia delle app, che non sono fatte per risolvere i problemi dell’utente ma dello sviluppatore o dell’inserzionista, la vera storia di Clarus il canemucco (per chi venti anni fa non ne avesse sentito parlare), la vita con l’iPad Pro (rivoluzionaria ma un po’ grande in effetti è: altra recensione in inglese qui), vestire con eleganza (per i maschietti) è un’arte antica e quasi scomparsa, la vera storia del logo di Apple (mia vecchia traduzione).
Due cose in bianco e nero: foto dell’aviazione in Italia provenienti dagli anni Venti, e un secolo di censura, con riferimenti alla prima donna nuda mostrata al cinema e altre cose simili.
Ah, ecco: dimenticavo. The Master Algorithm è un libro che racconta di come il “machine learning” (che è una tecnica di business intelligence) stia per rimodellare il nostro mondo, mentre qui scoprirete dov’è buono mettere il datacenter che contiene la nuvola, casomai aveste di questi problemi di scelta delle location.
Qualche consiglio di privacy: sette modi per tenerla sotto controllo su Mac OS X e come rendere incomprensibili i propri movimenti online,
Infine, un po’ di storia del videogame. Per la precisione, Bioshock, che è l’ultima evoluzione di una serie di prodotti nati a metà degli anni Novanta (venti anni fa…) con System Shock 1 e 2, piccoli capolavori cyberpunk.
Cambiando argomento: terrorismo, Francia, guerra all’Isis. Cos’è in realtà? Lo storico Franco Cardini si fa delle domande al riguardo, spiegando che questa volta è molto diverso dalla guerra a Osama Bin Laden. Il Guardian analizza l’utilizzo degli attentati di Parigi come strumento per limitare le libertà dei cittadini e sostanzialmente fare altro piuttosto che non la lotta al terrorismo. E intanto si allarga il problema dei migranti, a partire dalla protesta al confine greco con decine di uomini che si sono “cuciti” letteralmente la bocca. E poi il problema dei rifugiati siriani in America, che un po’ sta scuotendo anche le coscienze di un paese costruito sull’immigrazione.
Altra direzione di pensiero: le 10 librerie e biblioteche nascoste da scoprire a Milano. Il “brutto problema” della nuova Apple Tv e l’ipotetica soluzione (mica bella anche quella). Storie strane, come quelle delle donne fidanzate o compagne di poliziotti undercover che non sapevano niente della copertura dei loro uomini. Il terribile segreto della vita, che non è giusta con noi (ma va?!) e di Internet, che crea dipendenza (e forse la dovremmo considerare alla pari di una sostanza da regolamentare).
Se il posto di lavoro va nel cloud e diventa un servizio erogato via internet, un microscopico (e super economico: 5 dollari) Raspberry Pi Zero, lo strano caso del Sony Hack, imparare a fare codice scrivendolo grazie a un corso online, solita pappardella all’americana suoi segreti per essere un buon capo (sono fissati), il crescente problema dell’interfaccia delle app, che non sono fatte per risolvere i problemi dell’utente ma dello sviluppatore o dell’inserzionista, la vera storia di Clarus il canemucco (per chi venti anni fa non ne avesse sentito parlare), la vita con l’iPad Pro (rivoluzionaria ma un po’ grande in effetti è: altra recensione in inglese qui), vestire con eleganza (per i maschietti) è un’arte antica e quasi scomparsa, la vera storia del logo di Apple (mia vecchia traduzione).
Due cose in bianco e nero: foto dell’aviazione in Italia provenienti dagli anni Venti, e un secolo di censura, con riferimenti alla prima donna nuda mostrata al cinema e altre cose simili.
Ah, ecco: dimenticavo. The Master Algorithm è un libro che racconta di come il “machine learning” (che è una tecnica di business intelligence) stia per rimodellare il nostro mondo, mentre qui scoprirete dov’è buono mettere il datacenter che contiene la nuvola, casomai aveste di questi problemi di scelta delle location.
Qualche consiglio di privacy: sette modi per tenerla sotto controllo su Mac OS X e come rendere incomprensibili i propri movimenti online,
Infine, un po’ di storia del videogame. Per la precisione, Bioshock, che è l’ultima evoluzione di una serie di prodotti nati a metà degli anni Novanta (venti anni fa…) con System Shock 1 e 2, piccoli capolavori cyberpunk.
Il mago degli orologi (2015)
POCHI GIORNI FA ho saputo che è morto Dino Zei, da tempo molto malato. Lo avevo conosciuto alcuni anni fa, quando mi sono occupato di Anonimo (la "vecchia" Anonimo, non l'attuale), la casa fiorentina che produceva orologi seguendo le tracce che già furono di Panerai e di cui Zei è stato elemento chiave.Avevo conservato dal nostro incontro la lunga intervista che gli avevo fatto, presente anche Antonio Ambuchi. Ho deciso così di lavorare a un ebook che parlasse di Dino Zei, di Panerai e di Anonimo. L'ho realizzato più velocemente che ho potuto: questa prima versione è piena di refusi (che in pochi giorni vediamo di correggere, verranno aggiornati automaticamente anche per chi acquista il libro anche adesso).
Per ora l'ebook "Il mago degli orologi - La Storia di Dino Zei tra Panerai e Anonimo" è disponibile solo sullo store di Bookrepublic, ma a breve arriva anche su quelli di Amazon-Kindle e di Apple-iBookstore. Qui la quarta di copertina:
Dino Zei (1931-2015) è stato uno dei grandi uomini dell’alta orologeria mondiale. Ufficiale della Marina Militare, poi dal 1972 amministratore delegato della “G.Panerai e figlio”, negli anni Novanta ha reinventato l’idea di orologio maschile con i modelli Luminor, Egiziano, Radiomir e Mare Nostrum, alcuni tra i segnatempo più iconici della nostra epoca. Dopo la vendita di Officine Panerai (la parte di orologeria da lui ricreata) al gruppo svizzero Vendôme, oggi Richemont, Dino Zei è diventato l’ispiratore di una delle più ricche collezioni di orologi di Anonimo - Firenze Orologi, la fenice rinata nel capolouogo fiorentino sulle ceneri di Panerai. Assieme ai modelli Millemetri, Militare, Polluce e Professionale, Dino Zei ha firmato i modelli Nautilo, Aeronauta, Argonauta, Glauco, Notturnale e il bellissimo San Marco, vero e proprio vertice della produzione di Anonimo e forse uno degli orologi “tecnici” più belli di sempre, realizzati grazie al genio rinascimentale di Antonio Ambuchi, artigiano dell’orologeria colto e fantasioso. Dino Zei è scomparso pochi giorni prima della pubblicazione di questo ebook, che è dedicato alla sua memoria di ufficiale della Marina Militare e gentiluomo.
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