11.3.07

Size Matters

LA PROSSIMA VOLTA che qualcuno mi dice "dai, sono pur sempre 15 pollici!", lo porto davanti a un iMac24 e lo faccio abbronzare...



(per adesso m'è venuta così: poi ci si ritorna sopra e se ne parla per bene, perché lo schermo è solo una parte del discorso. In mezzo c'è l'interfaccia e una possibilità che pochi stanno valutando. Ma - grazie a Mac e al sistema operativo 10.5 che uscirà tra qualche mese - potrebbe darsi che lo schermo dei nostri computer si rivoluzioni, facendo diventare mainstream l'idea del desktop multiplo... E allora varrebbe la pena di rimettere insieme alcune delle innovazioni di interfaccia dopo icone, finestre e mouse, per capire dove stiamo andando)

Finirà a mazzate?

CI SIAMO, AIRBUS è ufficialmente sul bancone del pescivendolo, nella scomoda figura del pesce pescato, aperto in due e già che ci siamo decapitato. Ecco la prima perdita nella sua storia, tutta dovuta alla clamorosa toppata con il superjumbo A380 e (lasciatemelo dire) ad un altro paio di errori di management e programmazione dei prodotti niente male.

In pratica, taglieranno 10mila posti di lavoro, ma ancora non hanno capito come fare a risolvere per bene il problema, visto che i clienti stanno scappando dall'A380 e nei prossimi due-tre anni non ci sarà niente per contrastare il Boeing 787 nel ben più lucroso segmento dei velivoli mid-range.

Perdite nell'anno fiscale 2006: 572 milioni di euro (mezzo miliardo) nonostante un aumento del fatturato del 14% (arriva a 25,19 miliardi) e la vendita di 434 aeroplani contro i 387 del 2005.



Quanto è costato scazzare l'A380? Un pozzo di soldi: 2,5 miliardi di euro per la precisione, di cui 1,2 miliardi di costi extra e perdita di contratti per la vendita, 0,8 miliardi di pagamenti che Airbus sperava di poter fare più avanti, 0,5 miliardi di altri pagamenti non previsti. Nel mazzo, anche il rapporto euro-dollaro a favore di quest'ultimo ha contribuito al danno.

Airbus è controllata da Eads, cioè European Aeronautic Defence and Space. Per l'azienda, che naviga comunque dalla parte buona della riga contabile, il fatturato è stato di 39,4 miliardi, cioè un 15% più del 2005, con "soli" 399 milioni di euro di utili a causa delle perdite di Airbus. Nel 2005 Eads aveva fatto utili per 2,852 miliardi di euro.

Il commento? Airbus, casomai non si fosse capito, ha chiuso un ciclo. La domanda adesso è: quanto ci metterà ad aprirne uno nuovo in positivo? A me pare che le cose andranno un po' per le lunghe...

Doonesbury, tra le altre cose

SUCCEDE PRATICAMENTE DI tutto, in queste vorticose settimane. Anche che la domenica esca la consueta tavola di Gary B. Trudeau. Cliccatela per ingrandirla.

10.3.07

Toto Pessoa c'est moi

SONO IN RETE: dentro la rete, anzi. Sono l'inviato Toto Pessoa di Radio24, come riporta la stampa (bel nome, tra l'altro, vero?). E mi chiedo: se in molti stanno dicendo che di SL [Ehi, Second Life, per i non addetti...] se ne parli di più di quanto non ci si vada, perché se ne parla tanto? E quasi sempre male? Ma intanto ci vanno tutti, anche se poi a girare non ci trovi nessuno? Boh...

8.3.07

Cosa succede se... Sex Machine!

AVETE PRESENTE LE Candid-Camera, come quelle di Nanny Loy negli anni Settanta? Ancora ci stanno lavorando sopra, perché squadra che vince non si cambia. In questo caso, a dire il vero, è divertente come idea...

Ogni scarrafone è proprio bello...

IN TOSCANA SI fa il vino. Credo che più o meno tutti lo sappiamo, anche se non è l'unica regione italiana e neanche - l'Italia - l'unico paese al mondo. E', quella della Toscana, una tradizione secolare e molto sentita: è difficile immaginare che alle tavole di Firenze, di Siena o di Arezzo si bevano vini "stranieri", come il Barolo, il Dolcetto, la Falanghina. Un "francese", poi, non ne parliamo. E, soprattutto, tertium non datur...

Mio padre, che è tutto fuorché un enologo o un esperto di vini, mi raccontava un po' di tempo fa che gli americani - ah, gli americani - ci stavano truffando da decenni. E' una storia che gli avevano raccontato anni prima e che si racconta, penso, ancora oggi. Eccola. In California, nella mitologica Napa Valley (praticamente un altro pianeta, per intere generazioni di nostri connazionali che evidentemente non hanno più seguito le orme di Amerigo Vespucci), era nato un grande consorzio di venditori di vini fatti con quelle uvacce che hanno da quelle parti. Innesti e ibridi tra strane piante locali e i nostri preziosi vitigni, trafugati con tutta probabilità dagli scaltri militari americani durante la Liberazione (in cambio ci hanno dato i letali parassiti del cipresso - che tanti lutti addussero - infrattati nelle mimetizzazioni delle jeep e dei carri armati).

Dài e dài, hanno cominciato a vendere il vinaccio prima negli Usa e poi anche fuori. Per farlo, diceva la storia, avevano scelto di chiamare il vino "Gallo", così, tanto per vedere di sfruttare l'universale appeal del ben più noto consorzio toscano Gallo Nero. Una furbizia da quasi cinesi (o da quasi italiani, ma noi queste cose non le facciamo più da tempo, giuro!).

Insomma, un bel giorno una delegazione di avvocati prezzolati dai grandi marchesi, conti e messeri dell'uva toscana era andato sino nella Napa Valley a dire a questi Cow boy di smetterla entro breve di sfruttare il marchio che suonava fin troppo simile a Gallo Nero, altrimenti le cause legali, i risarcimenti danni, le ingiunzioni della Corte, un mazzo tanto etc. etc.

Loro, però, racconta la storia orale tramandata all'ora di pranzo da desco a desco fiorentino, avevano fatto una cosa furba. Avevano detto sì-sì agli avvocati, ci rivediamo la settimana prossima e se ne parla meglio. Poi si erano scatafasciati a cercare questo vecchio immigrato italiano, oramai rincoglionito, tal Joe Gallo, e lo avevano usato come prestanome intestandogli ogni cosa. Cosicché, quando si erano ritrovati con i suddetti avvocati, avevano dapprima esibito l'uomo - anziano - e di seguito fatto accomodare il collegio legale del Gallo Nero alla porta. Il vino, si erano degnati di spiegare, ha l'etichetta "Gallo" perché lo fa il signor Gallo, ecco. E vediamo di non venir più a rompere le scatole alla brava gente, pare abbiano aggiunto lustrando i pistoloni che - si sa - nel West ancora tutti portano alla cintola.

Disdoro, sdegno, arrabbiatura. I lerci, anzi i lozzi americani stavano giocando sporco: se continua così un giorno - di solito a questo punto giurano gli aneddòfori - ce lo venderanno anche a noi, quel vinaccio che sa di fanghiglia. Non sia mai! Anatema, figlio (questo è il momento in cui la tradizione assume le forme e i contorni del monito) che tu ti abbeveri al frutto corrotto e falsificato del vino del West. Poi, a questo punto, a onor del vero l'ingenuo padre che ha tanto viaggiato ma in America non c'è mai stato, mi chiede a bassa voce però com'è, com'è questo vinaccio americano, con quel pudore e quella complicità che dai tempi del Paradiso perduto è stata sempre prodromo di epocali abbuffate e conseguenti bibliche cacciate.

Già, la fanghiglia americana. A parte che in realtà siano parecchio fruttati, per l'eccesso di sole e le terre grasse, quei vini là si chiamano "Gallo" perché Ernest e Julio, due fratelli nati in California da tal fu Gallo Giuseppe e signora Assunta, fondarono nel 1933 l'omonima ditta E&J Gallo, che nel tempo è diventata la più grande azienda vinicola al mondo, con 40 etichette, 4.600 dipendenti, vendite in 90 paesi, permettendo ai signori Gallo di mettere insieme un patrimonio di 1,3 miliardi di dollari. Ecco, Julio morì nel 1993, mentre Ernest è morto l'altro giorno alla tenera età di 98 anni. Lo scrive il Corriere della Sera, tra l'altro. Per fortuna mio padre legge La Nazione, altrimenti sai che botta...

7.3.07

DF Wallace, il porno e un luminoso bar di Las Vegas

LA PRIMA IDEA era quella di fare un lungo post su David Foster Wallace, visto che ho finito da poco di leggere Una cosa divertente che non farò mai più pubblicato da Minimum Fax (mamma mia, sono passati quasi dieci anni dall'edizione italiana...) e me ne sto lavorando un altro paio sempre dell'esimio. Poi, ho pensato che forse potevo andare a fare un altro tipo di ragionamento: Wallace è arrivato in Italia con Minimum Fax ma poi è transitato su Einaudi (Considera l'aragosta, che tra l'altro è il primo e geniale libro che avevo letto dell'autore. E' un altro Wallace, più complesso e stratificato ma assolutamente godibile. Anzi, talmente godibile che uno dei saggi era quello che mi aveva portato a metà gennaio dalle parti di Las Vegas) aprendogli l'accesso ad un pubblico più ampio.

Così, mi ritrovo come ulteriore ipotesi a parlare di libri - non ne parlo mai abbastanza considerando il peso che in questo periodo hanno nella mia vita e soprattutto non ne parlo mai in maniera sufficientemente "critica" - e dell'effetto che i libri hanno su di me. Ma non voglio dimenticare una delle premesse: Einaudi ha acchiappato un buon fenomeno letterario - se volessimo dipingere il catalogo della casa editrice probabilmente Wallace sarebbe una delle migliori bandiere - dopo che la piccola Minimum Fax ci ha scommesso e l'ha portato dalle nostre parti. Sono cose che succedono nel rutinante mondo editoriale.

Poi, però, avevo anche trovato, sempre cercando di costruire un percorso sull'idea originale di un lungo post su David Foster Wallace, la relativa voce su Wikipedia italiana. Per una volta, mi pare, dicono delle cose sensate. In particolare, a proposito di Una cosa divertente:

Stilisticamente presenta alcuni caratteri comuni a tutti i saggi di Wallace, come:

- un massiccio uso di note a piè di pagina, che talvolta si estendono per pagine
- il registro profondamente umoristico

Il reportage è caratterizzato dalla sua estensione a tutto campo: Wallace spazia liberamente da un'analisi sociologica dei viaggiatori e dell'equipaggio, passando per una ricostruzione dell'industria delle crociere extra-lusso, fino a giungere a un'analisi introspettiva, con una disamina della multiformi reazioni dello scrittore di fronte al fenomeno crociera.


Io non sono bravo a mettere in fila un po' di fatti e di "W" (cosa, come, quando, quelle robe là insomma): probabilmente non sono un bravo giornalista per questo motivo. Chissà, magari ho altri talenti. Mi conforta pensare che non sono molti gli italiani in grado di farlo e che spesso il ricorso ai registri più caratteristici dei blog che vanno per la maggiore (tipo ironia, ellissi, anche anacoluti e forme dialettali spinte verso il vernacolo) siano in realtà una manifestazione di questa incapacità endemica di articolare il discorso in maniera sensata e seguendo un filo logico con sinteticità, qualcosa da dire e anche un po' di stile che non guasta mai. Queste sono carenze del sistema scolastico italiano, dalle elementari in su, e la rete dei blog non sta facendo altro che approfondire il vuoto di molti. Comunque, il punto non era questo, quanto Wallace. L'effetto a oggi su di me è simile a quello di Morricone (dev'essere per questo che l'idea mi è venuta dopo il post precedente), cioè mi si appiccica addosso, mi resta nell'orecchio.

Metti Considera l'aragosta, quello di Einaudi che poi è quello che avevo letto per primo dell'autore dopo che mi era stato vivamente caldeggiato da una deliziosa amica. Il libro è una raccolta di saggi e reportage, alcuni belli e un paio tremendi - o perlomeno indigesti. Lo stile e anche la forma sono deliziosi e sperimentali senza rischiare di ucciderti, perché dopotutto gioca solo con le note a pie' di pagina e le note delle note e qualche altra idea formale niente male. Niente strane parole o forme dialettali vere o presunte (o non presunte) tali. Anzi, scorre via che è proprio un piacere. Insomma, è divertente soprattutto come scrive, intendendo i molteplici sensi che il "come" può dare alla frase precedente.

Poi, ovviamente, è molto piacevole anche quello di cui scrive. Questo fa parte del gioco: si tratta comunque di saggi-racconti-reportage. Non saprei come definirli, comunque mescolano fatti reali all'analisi e all'approfondimento. Non è sbagliato considerare da questo punto di vista Wallace un buon giornalista, perché spesso si imputa al giornalista, o meglio al cronista, il ruolo di distaccato specchio dei fatti. Ma i fatti fuori dal contesto e dall'analisi non esistono come informazione e notizia. David Randall, in un altro dei settecentocinquanta libri che leggo in parallelo (di questo se ne parla un'altra volta, promesso!) scrivendo della particolare specie di giornalisti che risponde al nome di cronisti (con la meravigliosa definizione-paragone di cacciatori-raccoglitori del giornalismo) sostiene che non sono la capacità di elencare i nudi fatti ma l'analisi lo strumento-chiave della professione. Poi, Wallace ci mette molto di più e molto di suo, compresa una straordinaria capacità di divagare senza andare fuori tema o apparire innaturale. Questo è un "vantaggio competitivo" rispetto a molti peraltro dotati di buone penne, che forse si capisce meglio pensando al concetto (e al mito) della leggerezza. Da noi, intendo fuori dalla scrivania e dai taccuini di quelli come Wallace, la leggerezza è soprattutto un esercizio di vaghezza, talvolta di cazzeggio, in qualche modo ispirato più o meno profondamente da una struttura logica di fondo, ma molto meccanica. Dentro il recinto della scrivania di Wallace e nei suoi taccuini, invece, non c'è leggerezza ma capacità maieutica di divagare portando nuova ricchezza verso il lettore. E' un esecizio di retorica, non di forma (se ha senso questa improvvisata distinzione da linguista amatoriale), che bisogna riconoscere a lui riesce proprio bene.

Comunque, in uno dei racconti-reportage-saggi di Considera l'aragosta, c'era questa notte degli Oscar dell'industria del porno. Godibilissima, non tanto e non solo per l'argomento, quanto per la possibilità che offre di spaziare in un campo che, sebbene già abbondantemente esplorato, lascia decisamente spazio ad esplorazioni ulteriori. Bello. Mi aveva colpito e - cogliendo due coincidenze nel mio piccolo straordinarie (la fiera-notte dei premi indetta da Avn si tiene subito dopo il Ces di Las Vegas e io a gennaio dovevo andare a Las Vegas per il Ces - e poi fare un salto a San Francisco per il Macworld - ripartendo però da LV) - non mi è parso il vero di provare a seguire questa pista e vedere se il cacciatore-raccoglitore Wallace avesse lasciato qualcosa da tirare su. Complice L'espresso, che mi pareva a ragion veduta la migliore tra le testate italiane a cui proporre questa storia, mi sono organizzato e la versione sintetica degli eventi sta qua.

In realtà, è la terza riscrittura della storia. Un mix delle prime due. La primissima, a parere non solo mio, ottima e scritta nei tempi giusti; ma poi - per via del fatto che la pubblicazione non era alla fine della settimana giusta ma è stata spostata una settimana dopo - riscritta per dare più spazio all'analisi e meno alla cronaca, non è quella che è stata pubblicata. Anche la seconda, però, con troppa analisi, è saltata. Sono arrivato quindi ad una terza versione "di compromesso" tra le prime due (più analisi ma ancora cronaca e colore) che poi è quella che è uscita a fine gennaio. Un buon esercizio e, devo dire, anche una buona prova professionale. Non per me come risultato, voglio dire. Quando ti fanno riscrivere un servizio lungo (per i motivi più vari, ma diciamo per ipotesi comunque non perché non sai come si mettono in fila delle idee e dei fatti su un foglio di carta) capisci che ti trovi nel contesto giusto: hai la ragionevole sicurezza che i tuoi interlocutori stanno lavorando con standard di qualità alti. E la qualità, attraverso le riscritture, aumenta: almeno, la penso così, visto che quel che esce dalla mia macchinetta per scrivere digitale non è mai una "forma primitiva" ma ha spesso subito fin troppe evoluzioni. Non so se chiamarlo labor limae, che in realtà è un'altra cosa e sta nella parte di finalizzazione di un testo, oppure in un altro modo che adesso non mi viene. Comunque, per chiudere su questo ragionamento, non è un lavoro che sta solo nel computer o nel taccuino, ma è anche una danza di ipotesi e di tuffi - o falsi tuffi, o false parate - che si snodano nella mente per tutto il tempo necessario ad arrivare a scrivere quel che sto scrivendo.

Cosa si sta scrivendo? Il trucco, alla fine, è di avere ben chiaro cosa si sta facendo. Poi, Wallace probabilmente disintegra le barriere come è karma per ogni buon fuoriclasse di ogni generazione, ma qui alla fine ci si può chiedere se "fare letteratura" e "fare giornalismo" abbiano cittadinanza nello stesso universo spazio-temporale. Secondo me, no. Altri due libri sull'argomento che procedono nella mia personale e parallelizzita pipeline toccano o comunque riguardano questo tema. More to come

Per scrivere di quella storia che ha visto un esercito di giovani donne (e giovani uomini) esibire una professionalità a dir poco inconsueta a Las Vegas, è stato necessario tempo e ovviamente si sono accumulati ricordi. Stranamente, ne ho fissi nella mente soprattutto due. Il primo è il bar del Signature, l'hotel parte dell'MGM Grand dove ho dormito sino al momento giusto - il giorno dopo la notte dei premi - e da dove me ne sono dovuto andare per overbooking proprio quando mi avrebbe fatto comodo invece la stanza, la connessione Internet e una scrivania tutta per me, per scrivere. Ho prenotato la mattina stessa al New York New York grazie alla cortesia del consierge del Signature, ma poi - prima che la camera potesse essere pronta e per giocare al meglio coi maledetti fusi orari tra Italia e Usa - mi sono messo a scrivere su un tavolino di legno scuro del bar, mentre sugli schermi piatti non facevano che trasmettere per noi bianchi sui trenta-quaranta partite di football a ripetizione. Così, per me, scrivere la prima versione di quella storia è indissolutamente legato a quel bar, al bancone con due baristi molto rilassati, agli ospiti dell'hotel che si siedevano accanto a me e si lasciavano trasportare dalla televisione, alla sete che non mi dava respiro.

Poi, l'altro ricordo, è quello della sera dopo. Credo che, insieme alla sensazione di essere completamente svuotato tipica di quando finisci un buon pezzo, un modo per vedere chi sei sia ripensare a cosa hai fatto la sera. Si dice che Emilio Fede (che è stato un signor inviato e con Tv7 ha realizzato delle eccellenti cose) fosse quello che andava a donne, manifestando una vitalità irrefrenabile. Per me, è stato andare a cena ad uno dei ristoranti dell'hotel-casinò New York New York, completamente bollito, abbuffandomi di bistecca e preparandomi ad una notte di sonno duro prima della partenza per l'Italia con orari antelucani. Però, che buona che era quella bistecca.

Ecco, lo sapevo. Alla fine, non ho scritto più di tanto di Wallace, anche se avrei voluto. E ho scritto troppo di me, anche se non come avrei voluto. Non riesco a tirare fuori l'aneddotica - figuriamoci darle una forma appetibile - o la cronaca delle mie emozioni e delle cose che vedo o a cui partecipo. Questo forse sta nel metodo che mi sono inventato per lavorare (perché non è che me lo abbiano proprio insegnato: dei pochissimi consigli, l'unico sensato che ricordi è quello del mio ex-capo Massimo Esposti - per la partenza verso l'Australia nel 2003 - di tenere un sorta di diario sul taccuino in modo da ricapitolare ogni giorno cos'è successo e fissare qualche pensiero che poi ne apra altri dentro la mente, quando finalmente scriverai) o forse è proprio per come sono fatte le mie sinapsi, i miei neuroni o comunque qualsiasi cosa dentro il cranio dia forme alle idee e ai ricordi. Meno male che tanti, più tosti di me, hanno "scavato" su questo tema. Mi evita di perder tempo a scriverci sopra e mi permette di concentrarmi sul prossimo Wallace che ho comprato.

Il buono, il brutto e il cattivo

CI SONO VARI motivi, ma a me Ennio Morricone sta cominciando a piacere. E questa Estasi dell'oro che data quarantuno anni fa, in modo particolare. Anche se shon shon shon... rimane sempre shon shon shon!



Tant'è vero che vale proprio la pena di aggiungerlo qui: A Fistful of Dynamite, ovvero Duck, You Sucker!, ovvero Giù la testa, coglione! (Sergio Leone, 1971). Che musica, ragazzi miei... le immortali note!

4.3.07

Monocle

E' STATO UN ragazzo prodigio del giornalismo: canadese di origine e londinese d'adozione. Si chiama Tyler Brûlé e il suo biglietto da visita è Wallpaper*, la rivista di tendenza per il design, la moda, il viaggio internazionale che ha fondato nel 1994. Prima, era stato inviato per il Guardian, Stern, The Sunday Times, Vanity Fair. Colpito da un cecchino in Afghanistan, ha cambiato vita. Dopo Wallpaper, che ha venduto a Time Warner, ha condotto programmi sulla BBC, fondato un'agenzia creativa (Winkreative), scritto per il Financial Times, il New York Times, l'International Herald Tribune.

Qualche settimana fa ha lanciato un nuovo mensile. Si chiama Monocle, cioè un briefing on global affairs, business, culture & design. Costa 10 euro. E li vale tutti, datemi retta. Ne parlano così:

It is a mix of the best from The Economist, Vanity Fair and The New Yorker. A reading pleasure. Unexpected topics. Long pieces. More than 200 B4 matte pages. Heavy stuff. But smart. Elegant. Compelling. Trendy. Different. And… just journalism at its best. A lesson for newspaper and magazine publishers. Quality sells. Get it!

Ah, tutto questo prima di aver compiuto i quarant'anni.

Doonesbury

E' DOMENICA, E' il momento di Gary B. Trudeau.

Motivazioni domenicali

SE AVETE BISOGNO di motivazioni per uscire sotto la pioggia e fare il vostro lavoro, questo può essere un interessante punto di partenza:

Ma tu a questo lo chiameresti?

SIAMO QUASI ALLA frutta: appello video per farsi chiamare. C'è chi va su Internet per scoprire se davvero esiste nel mondo reale...



Che famo, lo chiamiamo?

3.3.07

Svelato il mistero: il libro è...

NEL MESE DI giugno del 2000 Tea Due, i Tascabili degli Editori Associati, aveva finito di stampare uno strano libro di Michael Crichton. Lo scrittore americano - che era già "esploso" sia nel mondo che in Italia - lo aveva pubblicato in originale 12 anni prima, e la Garzanti lo aveva subito ripreso in Italia, pubblicandolo nel 1989, quando cadeva il muro di Berlino e il mondo sembrava scosso da tutt'altre tensioni che non quelle del nostro romanziere statunitense.

Il libro si chiama Viaggi, in originale Travels. A me Crichton piace, più o meno dello stesso piacere che mi danno John Grisham e qualche altro autore di best-sellers. Avevo a suo tempo palpitato per Scott Turow, per dire, il primo tra gli autori del moderno legal thriller che poi però si era "sgonfiato" lasciando il campo al più abile, organizzato e prolifico Grisham. Crichton, di cui avevo sentito parlare solo dopo Jurassic Park (il film, intendo, non il libro, che peraltro non ho mai letto) mi piaceva per una serie di motivi. Si legge facile ed è scritto con lo stesso "suono" che hanno le voci dei doppiatori dei vecchi film americani: senza accenti o inflessioni particolari, un po' sopra le righe ma veloci e dalle tinte espressive e chiare. Nel mio tempo personale, col ridursi dei momenti per la lettura e della capacità di concentrarsi e "macinare" testi difficili, Crichton è diventato quasi una certezza. C'è del razzismo o meglio della xenofobia, una certa macchinosità e la furbizia di chi "produce" romanzi uno via l'altro. Ma alla fine le sue sono macchinette narrative ben congegnate. Non sempre, però: rispetto ai Grisham che ho letto, Crichton è più irregolare, soprattutto meno convincente nelle chiusure. Ma, insomma, si fa leggere e viene via liscio e senza problemi. Non è poco, in un panorama letterario nostrano di autori devastati dal proprio ego, dalla piattezza negli intrecci e dallo sperimentalismo formale endemico se non cronico.

Poi, è arrivato Viaggi. Qui, veramente dipende. Perché il libro è strano: non è un romanzo ma una raccolta di scritti coordinati sulle sue esperienze di viaggio. Proprio per quel motivo l'avevo comprato (purtroppo è uno di quei libri sui quali non ho scritto la data d'acquisto come cerco di fare d'abitudine, cosicché non mi è chiaro quanti anni fa l'ho preso. Ma non sono poi moltissimi, se non altro perché è dalla fine del 2001 che viaggio per lavoro e ricordo distintamente l'associazione. Sarà stato il 2002, magari l'inizio del 2003) e forse proprio per questo motivo l'avevo archiviato. In effetti, per parlare di viaggi, ovvero, come scrive nell'introduzione lo stesso Crichton, Per molti anni ho viaggiato soltanto per me stesso. Mi rifiutavo di scrivere dei miei viaggi e persino di programmarli con qualche obiettivo utile.

Una bella dichiarazione, a cui fanno però seguito cento pagine di "Anni di medicina (1965-1969)". Spiazzante e anche un po' fastidioso. Poi, cominciano i viaggi veri e propri, dopo o anzi durante l'abbandono della medicina. Però, l'istinto mi diceva che il libro era abbastanza inquietante. Ma singolare. Insomma, da leggere nel momento giusto. Non mi sbagliavo.

Non voglio dire che non mi è piaciuto (o che mi è piaciuto), perché non è questione di giudizio. Il punto è che le 442 pagine vanno per così dire un po' per la tangente. Crichton costruisce una sua autobiografia itinerante, alternando parti di viaggio a parti di cose che bisogna definire come altre, anche se parlano sostanzialmente del suo rapporto con la scienza e poi con la ricerca spirituale, il "paranormale" e di nuovo il rapporto con la scienza. Sono tutti viaggi, per carità: fuori e dentro di sé, scoprendo che nell'una e nell'altra direzione c'è qualcosa rispettivamente di ciascuna.

E' un libro inquietante, però. Perché Crichton è un narratore scarno (pochi sono i dettagli, molti i fatti o i passaggi che poggiano le descrizioni sull'essenza dei fatti in corso) e fondamentalmente attento alla costruzione delle atmosfere psicologiche ed emotive. Solo che, da romanziere di grandi numeri, fare di sé un'autobiografia intellettuale, per quanto parziale, rende stereotipata la sua stessa identità. In qualche modo meccanica, come se il puparo si legasse corde e cordicelle per poi ballare una danza nuova ma sullo stesso vecchio palcoscenico dei suoi pupi.

I presupposti del suo viaggio, "l'esperienza di una vita" (scusate ma non riesco a non mettere tra virgolette "l'esperienza di una vita" quando lo scrivo, è una forma di pudore inevitabile), le psicosi, le donne, le droghe, il successo, la ricerca autodistruttiva del suo sé, la ricerca costruttiva del suo sé, sono come voci che vengono dosate e fatte intuire. Una parte del dramma dell'uomo, quella all'apparenza più genuina, è taciuta e traspare a prima vista indirettamente nel passaggio dagli anni della medicina alle successive 342 pagine. Ma, dando per acquisita la capacità di smontare e rimontare la macchinetta narrativa del suo libro, direi che è progettata tanto quanto il crescendo dei viaggi, il bisogno di un equilibrio che passa attraverso fasi diverse di una irrequietezza quasi manieristica. Alla fine, "la svolta mistica" (stesso problema di cui sopra per le virgolette e il pudore inevitabile) è quasi una misura del tempo in cui l'autorevolezza dello scrittore, direi quasi ogni singola briciola della sua capacità e reputazione, viene spesa per mascherare un fenomeno particolare che però è la cifra stessa della scrittura di Crichton.

L'uomo è un narratore dotato, senza dubbio. Ha intuizioni potenti e anche orecchio, direi. Non è la forma il problema, ma la sostanza. Cioè, il modo in cui si esprime, senza dubbio (se volete godere per come uno scrive, ecco, Crichton non è il vostro uomo, ma questo penso si sia già capito altrimenti non investirebbe tanto su storia, trama e intreccio né noi lettori sui suoi romanzi quando si va sotto l'ombrellone o ci si ferma su un prato alpino in quota). Però, alla fine, nonostante tutto, manca sempre qualcosa. Direi che manca, proprio alla fine, un sentimento di umana partecipazione. Come se la fantasia, il mondo potente evocato, la forza dei personaggi, alla fine mancassero di una degna conclusione e lasciassero così, sospesi. Troppo investimento nella costruzione di un meccanismo che spinga continuamente il lettore a formulare ipotesi, cancellarle, rivederle, modificarle, aggiornale, per poi non deluderlo alla fine. Troppo piccolo il mondo narrativo di Crichton, insomma. E troppo piccolo anche il suo mondo interiore, visto lo sforzo che fa nel raccontare se stesso anziché personaggi di fantasia per poi raggiungere lo stesso risultato.

Comunque, tra questo vecchio Viaggi e I barbari, continuo a preferire Crichton. Se non altro, il ragazzo ha del mestiere. E pinoli (secchi) al posto dei neuroni.

2.3.07

Cessione del quinto

OK, MI ARRENDO: ho aperto il feed di questo blog a voialtri che vi nutrite per interposta tecnologia. Abbeveratevi rumorosi... E grazie per l'utile e approfondita discussione!

Tanto, io aspetto solo che finisca Sanremo per poter ricominciare a sentire il giornale della mezzanotte di Radiouno all'ora sua...

Invida

UN ANNO FA e poco più avevo intervistato Chris Anderson nel suo ufficio di direttore di Wired a San Francisco. Perché? Stava lavorando a un libro e aveva un'idea niente male. La cosa era nell'aria, si cominciava a intuire che la lunga coda (o la Coda lunga, come ha tradotto Codice) forse ne valeva la pena. Adesso Luca l'ha intervistato e un po' mi fa invidia e tenerezza al tempo stesso.

Il libro nel frattempo è uscito negli Usa e adesso in Italia, a suo tempo l'ho letto e adesso mi sento come lo scout che è tornato al fortino. Adesso, infatti, è il momento del battaglione, non dello scout, di ripercorrere le strade appena abbozzate sulle mie mappe, mentre me ne sto accovacciato accanto al mio cavallo e bevo un po' di acqua di fuoco. Sto già pensando a quali nuove piste battere...

1.3.07

E' tempo di decisioni collettive

LO DEVO SBLOCCARE il mio feed Rss, e lasciare che dall'aggregatore si veda tutto il post, oppure lo tengo limitato alle prime righe? Per chi non sa di cosa stiamo parlando, non approfondisco, però il senso ultimo della domanda è che vorrei capire se la maggior parte delle persone passa da qui tramite Rss oppure si carica manualmente la pagina tutte le volte. Il problema per me è che dal feed di Blogger a quanto pare non si riescono a recuperare le immagini (e io mi faccio il mazzo per trovarle e mettere su quelle secondo me adatte al post) o non si vedono i video di YouTube incapsulati.

Che dite? Sblocco?