11.7.05

The only American invention as perfect as the sonnet

IL COCKTAIL MARTINI ha una storia lunga e controversa. Secondo le solite autorevoli fonti, è stato battezzato con un altro nome: Martinez. Questi era un cocktail più dolce, nato all'incirca nel 1870 o giù di lì, in California. Forse a San Francisco oppure nella città di Martinez (esiste, esiste: c'è anche nato Joe DiMaggio nel 1914...). C'è anche chi dice che il Martinez sia la creatura di Jerry Thomas, famoso barista (si dovrebbe dire "bartender" in inglese, da noi "barman", lo so) che lavorava all'Occidental Hotel di San Francisco (di cui Mark Twain era un fedele cliente) a partire dalla fine degli anni '50 del Diciannovesimo secolo o forse all'inizio del decennio 1860.

Molte altre storie citano oltre a San Francisco anche Los Angeles come patria del cocktail martini e sono legioni le variazioni sul genere della ricetta di base. Una cosa per tutte è certa: ci mettevano dentro il vermouth francese. E anche parecchio. Poi, magari, uno sciabordio di gin (inglese) e di Vodka, coloranti, ghiaccio, anche succo d'arancia - magari amarognolo - e chissa cosa d'altro. Di sicuro olive, pezzi di limone, cipolline, anche qualche colorante alla coccinella...

Un benefattore della società americana ha provato ad accreditare con un suo monumentale trattato sui cocktail del Nuovo Mondo la tesi che il martini sia nato a New York nel 1912, per mano di certo signor Martini di Arma di Taggia, barista al Knickerbocker Hotel. Ma pare si tratti di un falso.

Per quanto il martini abbia avuto già nell'Ottocento un suo importante ruolo, è solo con il XX secolo che diventa un cocktail socialmente rilevante. Nel proibizionismo, infatti, era più semplice produrre il gin che non il whiskey, quindi la gente pian piano si era abituata a trangugiare il distillato di erbe aromatizzato al ginepro annegato in chissà quante varianze di vermouth e altre sostanze dubbie e colorate in mescita negli spekeas. Forse da qui viene la storia che mi hanno raccontato un po' di tempo addietro, ovvero che il cocktail martini "secco" (quello senza martini, come vedremo tra poco) nacque proprio per nobilitare l'effetto "alcolizzato perso" che dava il trangugiare una bicchierata di gin senza condimento. Fargli intravedere un po' di vermouth restituiva dignità sociale a una pratica altrimenti da etilisti allo stadio terminale.

A parte Hemigway e James Bond, due notori consumatori di martini, c'è da riflettere sulla composizione del cocktail. Si tratta di un rito antico quanto il mondo la disputa tra perfetti estranei su come debba confezionarsi il martini "perfetto". C'è chi lo mescola, chi lo mixa, chi ci mette il vermouth, chi l'oliva, chi il succo di frutta, chi il ghiaccio, chi no. Insomma, ce n'è ogni ben di Dio e soprattutto negli Usa - se vi trovate a passare di là - vale il detto prudenziale: non ordinare mai il martini da un barista che non conosci. L'unico modo per cui si può dire di conoscere un barista? Aver già bevuto il suo martini...

Nella lunga teoria delle formule in competizione (la pietra filosofale era niente in confronto), io vorrei dichiarare la mia appartenenza: nacqui alla scuola di Rolando, a Viareggio, e da lì non me ne vado. Lui di cocktail martini ne ha fatti, mi disse un tardo pomeriggio guardando oltre la spiaggia verso la fila di pescherecci all'orizzonte, una petroliera intera. Aveva sicuramente tratto ispirazione dal riflesso color petrolio che la superficie del cocktail deve raggiungere nei primi momenti di assestamento, ma l'immagine mi si è scavata nel profondo del cuore e a tutt'oggi non riesco a togliermela da davanti gli occhi, durante certe sere calde e un po' melanconiche.

In un film che amo molto del 1958, Teacher's Pet, con Clark Gable e Doris Day, si fa scempio del martini (mescolandolo nella bottiglia del vermouth). Ma non a caso è la storia di un giornalista e di una insegnante di giornalismo figlia di giornalista, quindi non poteva venir bene. Nella commedia di poco precedente, Auntie Mame, il sofisticato Patrick Dennis (autore e protagonista della rappresentazione oltre che del libro) offre un martini che prepara lasciando cascare un po' di vermouth nel bicchiere e buttandolo via prima di riempirlo di gin. Ecco, io appartengo a quella genìa lì, quello è il mio martini. Più o meno. Il vermouth, infatti, non è quello giusto e poi dovrebbe sporcare il ghiaccio per dodici secondi, prima di venir buttato per lasciare spazio al superalcolico.

Tra i cento che sono stati dati alle variazioni del cocktail (vodka, apple, in-and-out, sake, sweet e via dicendo), il più descrittivo per me è il Churchill, che si rifa ai gusti dello statista britannico:

A Churchill is made with dry gin, stirred, with an unopened bottle of vermouth waved above the shaker.

L'inizio è buono, direi. Infine, non solo si fa riferimento al generico "martini" per indicare i cocktail serviti nel suo caratterisitco bicchiere (chiamato appunto "martini glass"), ma si scrive sempre con la minuscola per non confonderlo con l'omonimo vermouth italiano.

E, non credo sia necessario dirlo però lo dico lo stesso, il cocktail martini fatto come Dio comanda conosce un solo vermouth: il Martini Dry e - sì, proprio quello - il Tanqueray Ten (l'unico distillato per quattro volte, che viene pure preso a piccole quantità per non alterarne il carattere) oppure il Bombay Sapphire (quello con cui si tagliava il chinino da bere nella buona società coloniale indiana) come gin. Mai, ripeto: mai il Gordon's, nonostante sia l'unico ad avere la Patente Reale. C'è chi ha provato il Plymouth, che è del 1793 e quindi il più antico distillato nelle isole britanniche, ma non ho informazioni più precise al riguardo. Appena posso, mi informo. E lo stesso farò circa il canadese Seagram, di cui mi hanno recentemente parlato.

Ecco, io il mio contributo l'ho dato. Mercoledì vado a un piccolo master sull'argomento e vi saprò dire forse di più.

Vibrazioni

C'E' UN PASSAGGIO di una canzone, Vieni da me delle Vibrazioni, che mi emoziona sempre. Non ho capito perchè, ma ha quest'effetto. Fa così:

I veli trasformano intere identità
Ma è guardando le stelle che m’innamorerò
Di tutte le cose più belle che ci son già
Ma che fanno paura perché siamo fragili...
Fragili… Fragili...


Ps: visto che gusti musicali, eh? Non l'avreste mai detto... ma se Severgnini cita a manetta Sex Pistols e Beatles, perché io non posso con il gruppo gggiovane per di più dell'anno scorso?

10.7.05

Esercizi muscolari

IL 16 LUGLIO esce in contemporanea mondiale il sesto libro della serie di Harry Potter, il maghetto creato da J.K. Rowling . Visto l'esercizio di marketing "muscolare" del pool di editori, il mondo sta tremando nell'attesa del nuovo romanzo che narra le gesta tradotte peraltro in tre film sino a questo momento (il quarto è in dirittura d'arrivo) e che ha fatto strage di piccoli lettori.

Il titolo, Harry Potter e il Principe Mezzosangue (se la traduzione canonica in italiano dei romanzi precedenti, che non ho letto, è questa) e si annuncia un sempre maggiore sapore "noir", vista anche la contemporanea crescita del piccolo protagonista e quella dei suoi piccoli lettori.

Il lancio avviene con una pre-stampa di alcuni milioni di copie (quasi nove negli Usa), Harry Potter è già il libro più venduto per Amazon nonostante debba ancora uscire e della sua trama non si sappia niente. Non invidio i colleghi che in circa due ore dovranno divorarlo e recensirlo...

Il vizio di San Andreas

NELL'ULTIMA E notevole versione di GTA, Grand Theft Auto (un videogioco con una sua tradizione che risale al 1997 e un pubblico di appassionati e fedelissimi) c'è una piccola sorpresa. Ma è una strana sorpresa, perché i produttori hanno deciso di non renderla utilizzabile in alcun modo. Di solito, infatti, a gioco finito oppure usando particolari combinazioni di tasti è possibile sbloccarle, le sorprese dei videogiochi. Questa no.

Per sbloccarla occorre usare un software realizzato da terzi che modifica parte dell'installazione per Pc. A quel punto è possibile far entrare il protagonista a casa di qualche sbarbina per un "hot coffee". Che è, in realtà, sesso duro.

E' un elemento di novità, perché il sesso nei videogiochi non è mai stato molto popolare ed ha cittadinanza limitata. Non solo per questioni di censura o di limitazioni grafiche, ma soprattutto per motivi di audience: i pubblici dell'intrattenimento videoludico non trovano quel tipo di azione soddisfacente neanche nei giochi con trame molto strutturate e un piglio fortemente narrativo (avete presente i vari Final Fantasy? C'è un po' di romance, nei primi, ma giusto un pochino). Fanno eccezione solo alcuni esperimenti, qualche tentativo da parte dei produttori di giochi porno di sfondare nel mercato mainstream e adesso il mini game di GTA San Andreas

Se i video giochi acquistano le dimensioni narrative di altri prodotti culturali (nei fumetti di Dylan Dog il sesso è educato ma parte costante della storia, così come in parecchi telefilm per adolescenti, senza contare i vari filmoni transgenerazionali) vuol forse dire che qualcosa è cambiato? Per rendere lo spirito del cambiamento, sperando che nessuno si offenda, mi permetto di pubblicare una schermata rubata al gioco da un popolare sito. Come di consueto da quando Blogger ha attivato il serbatoio delle immagini, se vi cliccate sopra si aprirà una finestra con risoluzione maggiore. Se invece volete trovare anche il video che gira su Internet, dovete usare Google.

9.7.05

La palla non è rotonda...


LIMES E' USCITO con un quaderno speciale dedicato alla geopolitica del calcio. Lo segnalo perché ben fatto: da non perdere.

La capacità di questa rivista di cogliere aspetti della realtà, politica o sociale, e raccontarli in una chiave originale e intrigante continua a stupirmi dopo più di dieci anni...

La riforma fiscale


DA TEMPO SI parla delle problematiche di politica economica e di politica fiscale, cercando di coordinare i due fenomeni. E' stato portato alla luce più volte e in maniera sufficientemente chiara da farlo intendere anche alla pubblica opinione meno avvezza ai sofismi del tributarista, un punto importante: le tasse sono non solo (come tutti si intuisce) uno strumento di finanziamento dello Stato. Sono anche uno strumento (prezioso quanto arbitrario nelle sue scelte) di politica economica in quanto modellano e indirizzano il comportamento dei risaprmiatori, delle imprese, della società.

Più o meno come la segnaletica stradale (divieti, svolte obbligate, sensi unici) disegna il movimento delle persone attraverso le città. Come i referendum o le sentenze della Corte costituzionale (che teoricamente non dovrebbero avere un valore positivo ma solo di eliminazione i primi e di chiarimento le seconde), le tasse fanno, sono politica.

Si cerca di riformare e adeguare questi strumenti fiscali a una società con interessi ed esigenze diverse. Ma si sottovaluta, a mio avviso, il crescente evolvere della flessibilità e precarietà dei lavoratori soprattutto più giovani. Il fisco, per questi, è un'orrida macchina incomprensibile, viste le mille fonti e sempre di diritto e natura diversi con le quali percepiscono i dieci, venti, trenta redditi che creano in un anno la loro possibilità di viviere.

E' tutto drammaticamente troppo complicato per non dover ricorrere a consulenti - sindacali e non - e in ultima istanza legittimando il proliferare dei ragionieri e commercialisti (gli albi adesso sono unificati), vil razza dannata che dovrebbe avere giuoco solo molto raramente. Si ricorre infatti al ragioniere più spesso che all'avvocato. Ovvero, all'avvocato solo quando serve (molto raramente, di solito), al ragioniere sempre. Perché? Perché non si mettono in condizione i giovani flessibili, ordinati accumulatori di lavori, ricevute e pagamenti, di sbrigare in maniera semplice e senza costi e stress aggiuntivi la propria dichiarazione dei redditi?

Perché i giovani, possessori già di competenze nuove per la comunicazione, la tecnologia, l'uso dei meccanismi "veloci" di vita (lavori che si susseguono rapidamente, pagamenti che derivano da mille fonti), spesso instancabili costruttori di reti di solidarietà sociale che a noi sfuggono completamente, sono costretti a imparare a convivere con un sistema fiscale i cui presupposti storici sono da un lato l'ipertecnicismo (anche nella dichiarazione online, perché si usa la rete per mandare le risposte a domande arcaiche) e dall'altro un gusto sabaudo o albertino nel disegnare le norme e i tributi?

Che civilità ha un paese in cui non si capiscono quali e quante tasse pagare? Che civilità ha un paese in cui si evade il fisco per paura ed ignoranza, non per spirito criminale? Che paese è quello in cui c'è gente che a fronte di un rimborso sicuro (la ritenuta d'acconto per i redditi inferiori a 5mila euro annui) preferisce far finta di niente per "non complicarsi la vita" oppure, addirittura, non lo sa?

Caro Beppe Grillo, che ne pensi?

7.7.05

Se ci è arrivato lui...

WILLIAM GIBSON, UNO scrittore di fantascienza che amo molto, dedica il suo pezzo su Wired di questo mese alla innovazione e al remix nell'era digitale. Scrive (mia la traduzione) tra le altre cose:

La nostra cultura non si preoccupa più di utilizzare parole come "appropriazione" o "prestito" per indicare queste attività. Il pubblico di oggi non è letteralmente più composto da ascoltatori: sta invece partecipando. "Audience", infatti, oggi è un termine desueto tanto quanto "registrazione", l'uno arcaicamente passivo e l'altro arcaicamente materiale. La registrazione, non il remix, è l'anomalia di oggigiorno. Il remix è l'autentica essenza del mondo digitale di oggi".

Se se ne è accorto anche lui che l'audience non è più passiva...

La volpe e il pollaio

E' IN EFFETTI un esperto di televisione: ha fondato nel 1984 l'Auditel (l'azienda che rileva l'audience televisiva in base a un accordo per determinare le quote e i valori sul mercato pubblicitario delle trasmissioni) e da undici presiede dell'Upa (utenti pubblicitari associati, l'associazione dei pubblicitari). Adesso è candidato a fare il presidente della Rai, che oltretutto deve essere privatizzata nei prossimi anni.

Ma a me nessuno toglie dalla mente che una nomina del genere sarebbe equivalente di nominare Galliani designatore arbitrale. Il criterio di conflitto sarebbe lo stesso e quanto ad esperienza sul mondo del pallone... beh, cosa dire: Galliani è un esperto, no?

6.7.05

O quell'uomo è un genio oppure siamo pazzi noi

PASSI CHE TREMONTI citi a memoria i bilanci dello stato fatti da Giolitti e analizzati da Nitti: principi di scienza delle finanze, IV edizione, Napoli 1912; soprattutto l’appendice II, notizie sommarie sul bilancio dello Stato in Italia. Passi che dica una serie di cose congiunturalmente interessanti (per l'appassionato di tattica politica) nella bella intervista dell'abile Cazzullo. Passi che lanci anche un paio delle proposte "stile Tremonti", quali cinque anni senza regole in Europa (tranne quel che è espressamente vietato dal codice penale) per rilanciare l'economia oppure la crescita obbligata delle piccole imprese per renderle competitive sul mercato dell'innovazione. Passi anche il titolo dell'articolo tutto tagliato sul contingente, "Tremonti: il Dpef è un testo da seminario". Passi, passi tutto. Perché la vera notizia è un'altra.



Dice Tremonti a proposito del suo ruolo da ministro e circa la finanza creativa e le salate una tantum: rivendico tutto il mio bilancio politico, dal programma a tre anni di governo, dalla riforma delle pensioni a quella del lavoro, dalla legge obiettivo all’immigrazione, tenuta sociale e tenuta sostanziale dei conti pubblici. Le una tantum servivano per evitare macelleria sociale e per mandare in fuorigioco, prima dell’Italia, Francia e Germania.

Ecco, il profetico Tremonti ci dice che lui le una tantum non le ha fatte tanto per dare un "colpetto d'avviamento" al sistema italiano, non le ha fatte per portare a casa il risultato tattico a scapito di quello strategico (come dice invece la sua nemesi, Bersani), non le ha fatte per segnare una nota di discontinuità nelle politiche fiscali e finanziarie del Paese, non le ha fatte neanche per compiacere Berlusconi e chiudere in modo onorevole i conti altrimenti traballanti dello Stato e del Paese (che tanto poi il traballare si è puntualmente ripresentato).



No, il profetico e quasi mefistofelico commercialista arrivato nell'empireo degli economisti ha invece agito di pre-tattica. Ha fatto gonfiare con gli strumenti che aveva il bilancio, fatto "tornare" i conti, riempito le casse di soldi un po' dolorosi (tutti gli effetti che la sua nemesi Bersani puntualizza le una tantum abbiano dal punto di vista etico, di tenuta del patrimonio statale e delle politiche sociali sui cittadini: evadi, evadi, tanto poi c'è il condono e l'una tantum, vendiamo questo e quello e ce la facciamo sempre) con un solo scopo in mente. Il Ronaldo della finanza europea aveva intuito la strutturalità della crisi, aveva sentito odore di bruciato nelle cancellerie tedesche e francesi, aveva intravisto le tarme che corrodevano Versailles e la porta di Brandeburgo e ha avuto un'idea.



Si deve essere detto, macchinando la sera tardi nel silenzio del suo appartamento ministeriale quando guidava il superministero del Tesoro: ragazzi, qui sono cavoli per tutti! Quella pessima idea dell'Euro e poi anche la Cina ci stanno per colpire duro, tutti quanti. Noi allora sai cosa? Ci spostiamo! Facciamo melina con le una tantum, alziamo un po' di polvere sui conti, diamo un paio di sane e vigorose pedalate tanto per prendere abbrivio magari anche con un po' di capitali scappati all'estero da far rientrare, poi arriva la mazzata, noi ci siamo tutelati e se la prendono prima tedeschi e francesi.

Il ragionamento non fa una grinza: se si bagnano prima i nostri partner europei poi l'Italia può marciarci sopra per anni ("Ecco, noi adesso abbiamo problemi, ma voi già due anni fa eravate fuori dai valori di Maastricht!"), se invece si bagna prima l'Italia a noi non ci passa più ("Ecco, la solita italietta che non regge la corsa economica. Adesso che con l'Euro non possono neanche più svalutare sono proprio bolliti..."). L'imperativo categorico strategico dunque era uno solo: fare melina coi conti sino a che non si fossero sputtanati prima i tedeschi e i francesi. A quel punto avremmo potuto calare (e abbiamo calato) le braghe.



Fantastico! Il dubbio, la domanda, è una sola: ma tutto questo, quel gran genio di Tremonti, l'ha pensato prima oppure dopo essere uscito dal governo?

E ora io che gli dico?

DUE O TRE anni fa a una classe di studenti di giornalismo che tenevo qui a Milano avevo portato, in apertura del corso, il rapporto dell'Internationale Medienhilfe che classifica sulla base di alcune interviste ad opinion leader ed opinion maker l'autorevolezza dei giornali del globo. Sottolineando il fatto che dei nostri tra i primo 10-20 non ce ne fosse uno.

Adesso, il Corriere della Sera ha fatto il miracolo e si è piazzato decimo, subito dopo El Pais (per la cronaca, il primo è il mio amato Financial Times, mentre il New York Times è ahimé scivolato in sesta posizione) e l'Italia ha la sua prima rappresentanza nella griglia dei più virtuosi. L'informazione ce la racconta con malcelata immodestia lo stesso Corriere (gli altri tacciono, forse invidiosi?) mentre a me un dubbio scuote: l'anno prossimo io agli studenti della nuova classe di giornalismo il pistolotto sul "a che punto è la notte della professione" come faccio a farglielo?

5.7.05

Pericolo giallo

UTILE LEZIONCINA DI macroeconomia di Guido Tabellini sul blog degli economisti, LaVoce. Tra vantaggi comparati e vantaggi assoluti, citando Ricardo e criticando Sartori, si spiega una cosa che dovrebbe essere facilmente comprensibile senza problemi: la Cina non è solo un avversario nella produzione, ma una gigantesca opportunità. La Cina cresce, e per crescere non solo vende, ma compra anche. Perché allora noi non andiamo lì a vendere?

LaVoce, tra l'altro, ha compiuto tre annie tira un breve sommario di quel che gli altri dicono di lei. Da notare Antonio Calabrò:

"La voce.info", insomma, come "fabbrica delle idee" per una evoluzione moderna della politica in generale e della politica economica e sociale italiana in particolare, in grado di coniugare le culture del mercato e della competizione con le logiche delle regole e delle istituzioni democratiche. Mercato, legalità, sviluppo, solidarietà. Senza moralismi. Ma con un profondo senso etico della concorrenza, della selezione di merito, della valorizzazione del capitale umano e sociale.

Straight, Gay or Lying? Bisexuality Revisited

IL NEW YORK Times dedica un lungo pezzo al tema della bisessualità. Cioè quelli che non hanno una preferenza per l'altro rispetto al loro genere o al loro sesso, ma per entrambi. Orientamento che, almeno per quanto riguarda le persone di sesso maschile, sarebbe praticamente impossibile. Ecco, l'articolo è qui ma bisogna prima registrarsi gratuitamente.

Il titolo? Suona così: Etero, gay o bugiardo? La bisessualità rivista



il motivo per cui leggere la stampa internazionale è fondamentalmente che risparmi qualche euro di giornali nostrani e per di più le cose le sai un giorno prima... Vero, Repubblica?

Comic Life

IO HO TROVATO questo programmino per Mac. Si chiama ComicLife e permette di usare le foto che abbiamo scattato (o altre immagini) per creare fumetti con una facilità incredibile. Aiuto, è come una droga!!! Ma è bellissimo!

Nuove suggestioni sul Live 8

POTEVA MANCARE IL mitico Eddy? Cioè Edmondo Berselli, che oggi su Repubblica si arma da carta, penna e calamaio e riprende la questione "dei padri e dei figli", del Live 8 della musica e delle generazioni. Una musica che viene fatta da cinquant'anni, suonata da cinquantenni e ascoltata da cinquantenni ma anche - sorpresa, sorpresa - da ragazzini. Perché, dice Eddy, siamo ancora dentro l'Età del Rock, e forse ci saremo per sempre, qualsiasi cosa significhi la parola rock.

Argomenta infatti il nostro Eddy: Solo che per i cinquanta-sessantenni (e magari oltre) odierni, la poetica di Dylan, e di tutti coloro che cantavano per un mondo migliore, è legata in gran parte al sound politico dei primi Sessanta, al terrore atomico del dottor Stranamore, alle promesse di un'era "peace and love", o semplicemente al piacere della contestazione contro il mondo dei "vecchi". Mentre per il grande orecchio transgenerazionale di oggi la musica è musica e basta, e le parole vanno bene se suonano bene.

E poi, dopo aver dichiarato che la musica Rock è un canone, Eddy spiega: Un canone è una costellazione di classici. Ma è soprattutto un contesto in cui tutti riconoscono tutto: e questo perché quei suoni sono diventate parte dell'esperienza quotidiana, li abbiamo ascoltati per radio in auto, sono arrivati dagli altoparlanti di un bar, hanno fatto da sfondo al lavoro, dopo tre o quattro battute li riconosce, come diceva quarant'anni fa Alberto Arbasino a proposito di Mina, "il mio elettrauto e un professore universitario".

Se l'articolo resiste online, val la pena di essere letto. Io comunque rimango della mia idea. Al suo (di Eddy) noi, insomma, che siamo coetanei di tutti ribadisco invece che noialtri siamo un'altra cosa: una generazione di idioti.

4.7.05

Star Destroyer

IO IL MIO non l'ho mai finito (storia vecchia di quindici anni, più o meno). Comunque, loro hanno comprato l'astronave più bella del mondo, il Distruttore di stelle di Star Wars fatto col Lego (chissà quanto gli deve essere costato) e si sono ripresi a velocità accelerata mentre lo montavano. Qui c'è il filmato. Da urlo...

3.7.05

Un mondo di blogger

QUASI DIMENTICAVO, OGGI Doonesbury ci regala una tavola domenicale che nuovamente prende di petto l'affascinante mondo dei blog. Con la consueta ironia, ci dice che forse non sono poi questa gran cosa...



(se ci cliccate sopra, esce la versione più grande e leggibile)